La geopolitica della corsa allo spazio
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Abbiamo appena superato il 100esimo giorno di guerra in Ucraina. Il conflitto, che potrebbe durare altri mesi, è entrato nella sua fase decisiva. Bombe, attacchi missilistici, piogge di proiettili e combattimenti cruenti tra i due schieramenti hanno danneggiato gran parte del Paese. A farne le spese, oltre a civili innocenti e militari, troviamo pure case, appartamenti ed edifici di ogni tipo. In realtà, tra i bersagli più appetitosi per il loro peso strategico non dobbiamo dimenticare le infrastrutture. Non solo strade, ferrovie, aeroporti e porti, ma anche infrastrutture energetiche, in primis centrali nucleari ed elettriche.

Se colpire le prime, come la famigerata centrale di Chernobyl o quella di Zaporizhia, avrebbe provocato effetti devastanti tanto per l’Ucraina quanto per la Russia e il resto del mondo, danneggiare le centrali elettriche avrebbe consentito all’esercito russo di lasciare i nemici al buio.

Immaginiamo la fase uno della guerra, quando lunghissime file di corazzati russi stavano avvicinandosi verso Kiev, quando ancora il blocco occidentale non aveva spedito armi e, soprattutto, quando ancora si riteneva che l’Ucraina fosse spacciata. Torniamo in quei giorni, e immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se le forze del Cremlino fossero riuscite a limitare, o addirittura distruggere, l’intero sistema elettrico nazionale ucraino. In balia dell’oscurità e senza speranze, per Volodymyr Zelensky sarebbe stata molto probabilmente la fine.



Nessuna carenza energetica

E invece, contro i pronostici più probabili, l’Ucraina non ha mai dovuto seriamente fare i conti con fenomeni di carenza energetica, né all’inizio della guerra né adesso. Certo, le città assediate da Mosca e travolte dall’artiglieria – pensiamo a Mariupol – quelle sì, sono rimaste isolate, tagliate fuori da internet e spesso private dell’elettricità. Ma nel resto del Paese non sono mai state segnalati gravi blackout di massa: per quale motivo?

Come ha ricostruito il sito Politico, la sera del 23 febbraio, e cioè poche ore prima dell’inizio della guerra, Volodymyr Kudrytskiy, capo dell’operatore del sistema di trasmissione dell’elettricità dell’Ucraina, ha effettuato un test di routine programmato. L’obiettivo consisteva nel verificare se il sistema elettrico ucraino fosse in grado di funzionare in isolamento per tre giorni. Per uno strano scherzo del destino, dopo che Kudrytskiy aveva scollegato il Paese dalla rete elettrica d’epoca sovietica, la stessa che lo collegava ai sistemi elettrici russi e bielorussi, la Russia lanciava la sua operazione militare speciale. Da quel momento in poi il disaccoppiamento della rete elettrica ucraina sarebbe diventato definitivo.

Il contributo dell’Ue

L’Ucraina, potendo contare su una connessione di emergenza al sistema elettrico europeo – la Rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione (ENTSO-E) – nel giro di tre settimane aveva già, in parte e nel caso peggiore, le spalle coperte. Detto altrimenti, qualora il Paese avesse dovuto affrontare un blackout di massa, Zelensky aveva una soluzione sul tavolo. In ogni caso, nonsotante i drammi e i danni della guerra, fin qui l’Ucraina non è mai stata costretta a ricorrere a questo salvagente.

Ci sono diversi motivi. Innanzitutto Kiev produce più elettricità di quanta ne consuma, per lo più dal nucleare, dall’idroelettrico e da fonti rinnovabili. Dopo di che, l’Ucraina non ha subito importanti carenze elettriche anche a causa della riduzione della domanda. Ma il fattore chiave, il fattore che ha consentito al Paese di mantenere in funzione la sua rete, si chiama Unione europea. Bruxelles ha fornito al governo ucraino – passandro attraverso hub logistici polacchi, slovacchi e romeni – le apparecchiature necessarie per riparare le infrastrutture danneggiate, tra cui cavi, generatori di energia, torri di trasmissione e interruttori.

Il coordinamento degli aiuti era affidato – e spetta tutt’ora – al Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (ERCC) dell’Ue, una ramificazione della Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario della Commissione europea. Kiev ha inoltre lavorato spalla a spalla con il Segretariato della Comunità dell’energia, impegnato a sua volta a collegare gli sforzi delle imprese private al sistema logistico dell’ERCC.

Se il presente al momento non desta particolari preoccupazioni, il futuro è però tutto da inventare. Il sistema elettrico ucraino, infatti, ha subito un enorme calo dei ricavi, e di questo passo le compagnie elettriche ucraine rischiano di restare senza fondi per continuare a operare. Maxim Timchenko, Ceo di DTEK, la più grande compagnia elettrica privata ucraina, ha spiegato qualche giorno fa che il deficit nel settore energetico dell’Ucraina raggiungerà presto i 250 milioni di dollari al mese. La soluzione? A detta di Timchenko, esportare su vasta scala l’elettricità ucraina in Europa. Attenzione però, perché, al netto di una riserva di potenza variabile dai 2 ai 3 gigawatt, per via di problemi tecnici non tutta l’elettricità ucraina potrebbe essere esportata oltre confine. Al momento, tuttavia, nessun cittadino sembra interessato a queste vicende. C’è una guerra ancora da combattere.

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