Nel passare dei giorni dal colpo di Stato in Niger, sembra profilarsi sempre più un filo diretto tra questioni africane e corollari della guerra in Ucraina. O meglio, sembra riproporsi nel continente un tendenza allo schieramento, già palese all’indomani della condanna internazionale all'”operazione speciale” di Mosca. Un retroterra politico figlio della guerra fredda, che ha soffiato per decenni sull’Africa postcoloniale, mantenendo qui e lì intese cordiali fra ex madrepatrie ed ex colonie. Ma c’è di più, perché la partita a scacchi della guerra fredda ha avuto come attori principali due superpotenze non coloniali, che però sono intervenute a gamba tesa sui vuoti e sulle fragilità di un’area del mondo depredata dalle grandi potenze. Così, oggi, quei sentimenti anticoloniali vengono rimescolati all’interno di un calderone che è divenuto globale, nel quale alle dinamiche autoctone si fondono le nuove picconate al sistema internazionale.

L’ombra della Wagner in Sahel

Mentre da giorni si susseguono le voci su una presunta regia russa in Niger, un ringalluzzito Evgenij Prigozhin, apparentemente affatto gravato dai suoi guai personali, aveva ribadito giorni fa che il gruppo Wagner è pronto a rafforzare la propria presenza in Africa: lo ha dichiarato in un’intervista al media africano Afrique Media pubblicata online. “Non stiamo riducendo – ha affermato Prigozhin -, anzi siamo pronti ad aumentare i nostri vari contingenti“. L’intervista telefonica è stata pubblicata su YouTube sebbene Reuters non aveva potuto verificare la veridicità dell’audio che riporta una voce che sembrava appartenere a Prigozhin, e che faceva da sfondo ad una traduzione in francese.

Prigozhin ha inoltre detto che il gruppo Wagner sta adempiendo a tutti i suoi obblighi nel continente ed è pronto a sviluppare ulteriormente le relazioni con i Paesi africani. Nell stessa intervista, il capo dei mercenari aveva poi confermato che una nuova rotazione di forze Wagner era giunta nella Repubblica Centrafricana in vista del referendum costituzionale del 30 luglio scorso. Alla luce di questi sommovimenti, numerosi osservatori internazionali temono una saldatura dei fatti in Niger con i regimi del Mali e del Burkina Faso: è un caso che anche a Niamey migliaia di persone abbiamo preso d’assalto l’ambasciata francese con slogan e bandiere inneggianti alla Russia e a Putin? Un sentimento favorevole a Mosca che sta attraversando tutto il Sahel.

Influenza russa, sentimenti antifrancesi

Negli scorsi mesi, indubbiamente, vi è stato uno scivolamento progressivo dell’area verso l’influenza russa ma soprattutto è aumentato il grado di risentimento antifrancese. Lo scorso febbraio, ad esempio, l’esercito del Burkina Faso aveva annunciato la fine della French Sabre Force nel Paese dopo quasi un mese dal ritiro unilaterale dagli accordi di difesa del 2018, stipulati con Parigi. E ancora, nel settembre scorso la nazione viveva il suo secondo colpo di stato in otto mesi, che aveva aperto a proteste di matrice antifrancese. Torbidi complessi, nei quali si sono andate a mescolare la politica africana pasticciata di Emmanuel Macron e la convinzione locale che la presenza militare francese nell’area si animata solo dalla volontà di saccheggiare la regione.

Questo non ha fatto altro che produrre un’ondata di revanchismo antifrancese che si è scagliata anche tutto ciò che è meramente culturale come istituzioni educative o media. Quanto poi questo rifiuto del rapporto con Parigi si sia tradotto in uno spostamento definitivo verso Mosca, è difficile dirlo. Innegabile è, del resto, il fatto che nelle violente proteste di questi ultimi mesi a bruciare erano sempre le bandiere francesi, lasciando spazio allo sventolio di quelle della Federazione. A questo si aggiunge l’incontro tra l’ambasciatore russo e il primo ministro burkinabé Apollinaire Kyelem de Tembela nel gennaio scorso, ove l’avvicinamento di Ouagadougou alla Russia era stato salutato come una “scelta ragionata”. Lo stesso luogo dove nel 2017 Macron aveva dichiarato la sua volontà di voltare pagina con la politica africana postcoloniale di Parigi, segnata da collusioni politiche e legami avvelenati, rivolgendosi soprattutto ai giovani africani, sempre più sospettosi nei confronti della Francia. Ma se la Françafrique sembra dura morire nella postura di Parigi, pensare a Mosca come i liberatori è pura ingenuità.

Le difficoltà costitutive dell’area

I governi locali, seppur narcotizzati da decenni di appoggio ai regimi corrotti e da una diplomazia patinata ma mai troppo sostanziale, giocano una buona parte in questa crisi attraverso un sempiterno scontro tra fazioni rivali. Le cause di queste falle sono anche da cercare all’inizio dell’era post-coloniale africana ove le giunte militari e i colpi di Stato hanno finito per avere più successo delle libere elezioni. Nell’era moderna in Africa, il primo esempio di regime civile rovesciato dall’iniziativa militare fu il colpo di Stato in Egitto che portò al potere Nasser. Sarebbe capitato ancora decine di volte chiarendo che gli interventi dei militari in Africa sarebbero diventati sempre più uno strumento abituale. Alla fine degli anni Ottanta, più di un terzo degli Stati africani era stato interessato almeno da una volta da colpi di Stato militari. Nel caso di questa area, la politica è fallita soprattutto a causa di una scarsità di risorse tale da rendere estremamente difficile fornire alle popolazioni qualche vantaggio dell’Indipendenza. Mali, Niger e Alto Volta erano esattamente in questa condizione. Nei primi due casi i governi furono soppiantati da capi militari che si dimostrarono più abili nel creare stabilità politica. Nell’Alto Volta, tra il 1966 e il 1997, si assistette a cinque colpi di Stato militari: nel frattempo, nel 1983 il capitano Sankara cambiò il nome del Paese in Burkina Faso, promuovendo uno stile di governo più che esile.

Su queste carenze ha fallito il paternalismo francese, ma ora rischia di spirare anche la mal’aria che tira in Russia. Guarda caso questa fascia calda che è il Sahel vive la presenza del gruppo Wagner, che sembra proprio aver fatto dell’Africa il suo punto di ri-partenza, molto più credibile di una presunta invasione della Polonia.

Mappa di Alberto Bellotto

Gli interessi di Mosca in Sahel

Nella scorsa estate, il tour africano dei Sergej Lavrov tradiva l’intento di un mandato esplorativo che, nei mesi a venire avrebbe svelato il suo fine ultimo: rafforzare i legami con quei Paesi che non hanno aderito né alle sanzioni occidentali tantomeno alla condanna Onu alla Russia. Il 7 febbraio scorso, invece, Lavrov era a Bamako, ove ha ribadito l’impegno russo nel proteggere l’area dalla minaccia jihadista, sottolineando l’invio di una partita di tecnologia aeronautica russa che avrebbe potenziato le capacità militari dell’esercito del Mali. Quanto basta a fare del Sahel, dall’area interna fino alla costa atlantica, il nuovo fronte della guerra per procura con l’Occidente, a proposito della quale la minaccia terroristica appare come un ghiotto pretesto.

Le industrie locali legate alle risorse rare, poi, assieme alle élite corrotte al potere, forniscono a Mosca la possibilità di reperire risorse e diversificare i flussi in entrata in una regione osservata speciale del mondo intero. Man man che Mosca viene messa nell’angolo, politicamente e finanziariamente, attraverso le sanzioni le risorse come litio, uranio, cobalto e bauxite attirano le necessità russe. Ma l’accesso a queste ricchezze necessita di guarnigioni in grado di mercanteggiare con i governi locali, trattare con il banditismo e i trafficanti, proteggere i siti e gli stock: ed ecco che la Wagner Pmc, presumibilmente pagata a peso d’oro (nel senso letterale del termine) torna nuovamente in gioco, agitando il fantasma del neocolonialismo. Un fantasma che tale non è, nel quale vanno a infrangersi tutte le buone intenzioni umanitarie di cui è lastricato l’Occidente. A questo si aggiungono i grandi sogni di gloria di Putin: mettere l’Africa “russa” a rimorchio dei Brics, i cui progetti di de-dollarizzazione si fanno sempre più concreti. Non è un caso che l’Uganda sia stato il primo Paese africano a fare richiesta di ingresso nel blocco: e non sarà probabilmente l’ultima.