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Dopo dieci giorni dall’inizio delle ostilità, Israele e Hamas hanno annunciato il cessate il fuoco. A mediare è stato l’Egitto, che ha anche garantito lo stop del lancio dei missili dalla Striscia in cambio di una cessazione bilaterale delle ostilità. Entrambe le parti hanno presentato la tregua come una vittoria, affermando di aver raggiunto i propri obiettivi e di essere quindi disposti a fare un passo indietro. Israele aveva minacciato un’invasione di terra e lo stesso Hamas, una volta firmato il cessate il fuoco, ha annunciato di aver sospeso un’operazione che avrebbe coinvolto tutta la Palestina. Ma chi è uscito davvero vincitore da questa escalation e quanto potrà reggere questa nuova tregua?

Gli obiettivi di Hamas

Il Movimento che controlla Gaza ha sicuramente ottenuto una vittoria sul fronte politico. Prima di tutto, è riuscito a ricompattare il fronte palestinese, come dimostrano le manifestazioni tenutesi in tutta la Cisgiordania e nello Stato ebraico contro i raid israeliani su Gaza. Sorprendente è stata la partecipazione alle proteste dei cittadini arabo-israeliani residenti nelle città miste di Israele, di solito più restii a lasciarsi coinvolgere da questo tipo di dimostrazioni. Ma la solidarietà tra i palestinesi è stata evidente soprattutto martedì 18 maggio, quando sia Hamas che Autorità nazionale palestinese hanno indetto uno sciopero generale – “la giornata della rabbia” – a cui hanno preso parte migliaia di persone tra Israele, Cisgiordania e Gaza.

Il Movimento che controlla la Striscia ha anche inferto un duro colpo alla leadership dell’Anp, da tempo in crisi. Il presidente palestinese, Abu Mazen, non è stato in grado di proteggere il suo popolo dalle violenze della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee ed ancora meno dal pericolo di espulsione forzata dai quartieri di Gerusalemme est.

Hamas dal canto suo ha prima lanciato un ultimatum ad Israele per il ritiro degli agenti da al-Aqsa, per poi dare il via la campagna rinominata “Battaglia della spada di Gerusalemme”. Un nome emblematico, che dà conto della volontà del Movimento di espandersi ben oltre i confini della Striscia, a discapito di Abu Mazen e di Fatah. D’altronde già i sondaggi degli ultimi mesi avevano evidenziato il crollo di quest’ultimo partito e del suo leader, al potere ormai da 15 anni e sempre meno amato. La sospensione delle elezioni sembrava aver messo al sicuro la leadership di Ramallah, ma l’ultima escalation ha reso ancora una volta evidente la debolezza dell’Anp e reso ancora più precaria la sua tenuta.

Eppure la vita dei palestinesi non è certo migliorata. La tregua raggiunta da Hamas non fa menzione della situazione nel quartiere di Sheik Jarrah né della gestione della Spianata delle Moschee, che pure rappresentano i motivi scatenanti di questa ultima escalation. Per non parlare dei danni materiali e delle perdite di vite umane a Gaza.

Sul piano militare, invece, Hamas ha fatto sfoggio del suo rinnovato arsenale e delle aumentate capacità belliche. In soli dieci giorni il Movimento ha lanciato contro Israele 4.300 razzi, un dato ancora più impressionante se si considera che durante l’Operazione margine protettivo del 2014 durata quasi due mesi il Movimento ne lanciò 4.500. Hamas è anche riuscito a raggiungere città rimaste fino ad oggi fuori dal raggio d’azione dei suoi missili e a mettere in pericolo aeroporti ed oleodotti.

La vittoria di Israele

Ma ad aver raggiunto i propri obiettivi sul piano militare è stato anche Israele. Le Israeli defence forces hanno inflitto un serio danno alla rete di tunnel utilizzata da Hamas per colpire in territorio israeliano e sono riuscite ad indebolire il Movimento e Jihad islamica uccidendo diversi comandanti. Un’operazione resa possibile dal lavoro dell’intelligence e che ha costretto i due gruppi attivi a Gaza ad interrogarsi sulle capacità dei servizi segreti israeliani e su che misure adottare per evitare che un simile scenario possa ripetersi. Israele ha inoltre dimostrato di essere pronto ad usare il pugno duro contro la Striscia in caso di minacce e di non essere disposta a sottostare agli ultimatum di Hamas. Allo stesso tempo ha fatto capire di non voler arrivare ad un conflitto vero e proprio, avendo più volte minacciato un’operazione di terra che non ha mai preso il via.

Sul piano interno, l’ultima escalation ha invece aiutato Benjamin Netanyahu. I tentativi dell’opposizione di creare un governo di larghe intese per sottrarre la premiership del Paese al leader del Likud sono presto naufragati. Il partito arabo di Masour Abbas ha sospeso le trattative a causa delle operazioni contro Gaza e la violenza nelle città miste ha contribuito a spaccare il fronte dell’opposizione, avvantaggiando Netanyahu. Lo stallo politico però non è stato superato. Né il premier uscente né altri partiti hanno i numeri per formare un governo, per cui l’ipotesi di quinte elezioni sembra ormai inevitabile.

Una fragile tregua

La tregua raggiunta tra Hamas e Israele non è destinata a durare. Che sia tra pochi mesi o qualche anno, la tensione tra le due parti si riaccenderà se i problemi di fondo non verranno risolti. La questione palestinese, messa da parte negli ultimi anni, deve essere affrontata e risolta perché possa essere garantita la pace nella regione. Tra l’altro, senza una soluzione politica sarà anche impossibile per Israele procedere con gli Accordi di Abramo ed il progetto di normalizzazione dei rapporti con gli Stati a maggioranza musulmana. Lo scoppio dell’ultima escalation ha congelato il dialogo tra Israele e Arabia Saudita, mettendo in difficoltà gli stessi Paesi che avevano già stretto rapporti con lo Stato ebraico e che hanno dovuto affrontare il malcontento delle loro opinioni pubbliche.

Ma Israele deve anche fare i conti con la minoranza degli arabo-israeliani. Questo gruppo, che rappresenta il 20% della popolazione, gode in teoria degli stessi diritti dei cittadini ebrei ma ha dovuto più volte fare i conti con un atteggiamento discriminatorio nei suoi confronti. Gli arabo-israeliani sono spesso presentati come un nemico interno, una “quinta colonna” che minaccia la stabilità della società israeliana minandone la tenuta. Le violenze nelle città miste e l’adesione di un alto numero di arabo-israeliani alle proteste contro i raid su Gaza devono far riflettere sulla necessità di trovare un nuovo equilibrio tra le comunità che compongono la società israeliana.

Credere che nel breve periodo si possa giungere ad una reale soluzione della questione palestinese o dei problemi interni di Israele è tuttavia impossibile. Lo Stato ebraico è ancora senza un governo, rischia di tornare nuovamente alle urne e sta assistendo ad una crescita dei partiti più estremisti, ben poco propensi al dialogo e molto più interessati all’espansione degli insediamenti e all’isolamento degli arabo-israeliani. Dal canto suo anche il fronte palestinese deve fare i conti con una crisi politica che si trascina da anni. Cisgiordania e Gaza hanno due governi differenti, in lotta tra di loro ed incapaci di unire le forze per raggiungere un obiettivo comune. A pesare è anche l’atteggiamento degli Stati Uniti, storici protagonisti del processo di pace tra Israele e Palestina ma sempre meno interessati al dossier mediorientale e alla risoluzione di un conflitto che si trascina da decenni. Per adesso sperare in un cambiamento è un’illusione, ma per quanto ancora potrà reggere lo status quo?