L’Indo-Pacifico è il principale teatro di battaglia della competizione tra grandi potenze, e non soltanto per via della rivalità che contrappone Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese: è la fabbrica del mondo, il tetto del 60% della popolazione mondiale ed è la sede delle principali rotte della globalizzazione.

Sullo sfondo della competizione strategica sino-americana, che dall’Indo-Pacifico si è estesa nel resto del mondo, fino a raggiungere lo spazio, l’Asia pacifica è il campo da gioco in cui si sta svolgendo un campionato egemonico, a più squadre, coinvolgente superpotenze in divenire come l’India, grandi potenze declinanti come il Giappone, potenze regionali emergenti come l’Indonesia e pedoni contesi dai blocchi come Filippine e Vietnam.

All’interno del capitolo più importante della competizione tra grandi potenze, Taiwan è il dito, il controllo delle rotte della globalizzazione e degli atolli pacifici è la Luna. Washington e Pechino stanno ricorrendo a dei mezzi simili per lo stesso fine: le care, vecchie e sempreverdi alleanze. Ma il rischio, insito in questo modus operandi, è che ciò che è stato pensato per prevenire i conflitti, ne cagioni lo scoppio.

Verso una Nato asiatica?

L’Asia-Pacifico sta assumendo la forma di un risiko: i patti militari e securitari tra due o più stati crescono a vista d’occhio, l’Alleanza Atlantica sta cercando di capire come dare forma al Pivot to Asia senza collidere frontalmente con la Cina e nelle stanze dei bottoni statunitensi si discute con maggiore frequenza e intensità del progetto di una Nato asiatica.

I Richelieu dei paesi occidentali e dei loro partner sono divisi sul dilemma Cina, non sanno se sia preferibile risolverlo con più Nato in Asia o con una Nato per l’Asia, e per ora si stanno limitando a sondare tutte le possibilità e a seminare in prospettiva di futuri raccolti. Certo è, secondo Washington, che il Dialogo quadrilaterale di sicurezza (QSD) non è più sufficiente per contenere le spinte centrifughe di Pechino: servono più membri, serve una trasformazione da patto intergovernativo ad alleanza collettiva.

L’equivalente indopacifico della Nato potrebbe nascere come evoluzione del QSD, i cui membri sono uniti da un potente collante – la deterrenza della Cina – e sarebbero in grado sia di attirare nella struttura altri paesi caratterizzati da simili timori e obiettivi, come Corea del Sud, Filippine, Nuova Zelanda e Vietnam, sia di stringere accordi di collaborazione con alleanze affini, come la Nato.



Se anche gli Stati Uniti non riuscissero a fare del QSD una Nato per l’Asia, poiché diversi sono i fattori che potrebbero lavorare in senso contrario a questo scenario – dai dissapori tra i membri alle divergenze di vedute sul modus continendi da adottare –, le alternative a disposizione di Washington per rendere l’Indo-Pacifico un campo minato per Pechino sono comunque molteplici.

La presidenza Biden ha fatto del potenziamento del sistema della catena di isole uno degli obiettivi della sua politica estera. Il risultato, in tre anni di incessante attività diplomatica, è stato il divenire della catena di isole in una catena di isole e penisole: il partenariato con le isole del Pacifico, il partenariato strategico globale col Vietnam, l’Aukus, la triangolazione con Corea del Sud e Giappone, l’incremento del dispositivo militare nelle Filippine.

La Cina ha reagito all’offensiva statunitense tra Indiano orientale e Pacifico occidentale cercando di allentare le tensioni con stati-chiave della regione, come Singapore, e di corteggiare i paesi in bilico, come la Papua Nuova Guinea, aumentando simultaneamente la propria presenza nei territori inglobati nella sua orbita, come le strategiche Salomone. Una partita a scacchi, quella tra Pechino e Washington, che ha portato la militarizzazione nell’Indo-Pacifico ai livelli della Guerra fredda.

Tutti i rischi della militarizzazione dell’Indo-Pacifico

I destini incrociati delle grandi potenze che si contendono l’Asia-Pacifico hanno dato vita a un guazzabuglio intricato di alleanze, forum e organismi intergovernativi dalla forma di una ragnatela. Se da un lato gli Stati Uniti fanno leva sul Vietnam per contenere la Cina nel Sudest asiatico, dall’altra parte agisce l’Asean, che alla Cina è legata da una maxi-area di libero scambio e non vuole pertanto schierarsi nell’arena della guerra mondiale in frammenti.

Le pressioni di Cina e Stati Uniti sulle piccole e medie potenze dell’Asia-Pacifico stanno conducendo alla lenta morte della politica delle tre effe (No Friends, No Foes, No Foreign Bases) che ha tradizionalmente contraddistinto gli attori più miti della macro-regione. Gli accadimenti nella costellazione di arcipelaghi micronesiani, melanesiani e polinesiani ne sono la prova: l’asse Pechino-Honiara, i venti dell’indipendentismo nell’Oceania francese, il curioso protagonismo delle isole Cook.



Le condizioni perché scoppi una guerra per procura tra Stati Uniti e Cina nell’Asia-Pacifico si stanno presentando. Fino a questo momento, tra le due grandi potenze, è stata una lotta a base di sgambetti diplomatici, colpi di stato e sovraesposizione diplomatica, ma le probabilità di frontali e laterali stanno aumentando di pari passo con l’aggravamento della competizione nell’Asia-Pacifico.

La Cina sta provando ad aggirare la super-catena di isole in the making attraverso la diplomazia delle alleanze periferiche, sullo sfondo del crescendo di triangolazioni con Russia e Corea del Nord in funzione antiamericana nel Pacifico nordoccidentale, e un allargamento de facto dell’Alleanza Atlantica dall’Europa all’Estremo Oriente potrebbe fungere da casus foederis di una coalizione antioccidentale.



A Washington, mentre Pechino studia le prossime mosse nella nuova Battaglia del Pacifico, s’inizia a gridare ciò che un tempo veniva sussurato con un filo di voce: “Mai dire mai a una Nato asiatica“. Passo complementare all’offensiva nel giardino di casa cinese, il Sudest asiatico, che nella visione degli Stati Uniti potrebbe convincere la Cina ad accantonare le aspirazioni di egemonia regionale o, negli scenari peggiori, dovrebbe servire a vincerla sovieticamente in una competizione sfiancante o a travolgerla in caso di guerra aperta.

La progressiva fine della neutralità nell’Indo-Pacifico, spazio sterminato crescentemente dominato da pericolose alleanze, rischia di produrre esiti contrari a quelli desiderati: le logiche dei sistemi reticolari vogliono che i colpi subiti in un punto inneschino effetti a catena nel resto della struttura. È così che scoppiarono le due guerre mondiali. Ed è che così che potrebbe scoppiare la terza, se l’Asia-Pacifico diventasse un’enorme ragnatela di alleanze militari rispondenti a Pechino e a Washington.