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La Russia, dal 2007, ha sospeso la sua adesione al Trattato Cfe, sulle Forze Armate convenzionali in Europa, e ha cominciato parallelamente una costante politica di riarmo – anche ambiziosa – che è stata rallentata, e in certi ambiti anche interrotta, a seguito delle sanzioni elevate post annessione della Crimea nel 2014.

Per spiegare il perché di questa decisione partiamo da un fatto di cronaca che, ai più, potrà sembrare del tutto irrilevante ma che invece è strettamente legato all’uscita di Mosca dal Trattato Cfe motivata a sua volta, come vedremo, dagli avvenimenti occorsi durante il quinquennio che va dal 1999 al 2004.

La notizia, resa nota lo scorso 14 aprile, è che la Uraltransmash (facente parte del colosso di Stato Rostec), ha consegnato all’esercito russo il primo semovente di artiglieria modernizzato tipo 2S7M Malka, ultima versione del 2S7 Pyon che era in dotazione all’esercito sovietico, considerato uno dei più potenti pezzi di artiglieria del mondo. Allo stesso tempo la Uraltransmash ha iniziato a rimodernare un altro sistema di artiglieria: il mortaio semovente 2S4 Tyulpan, anch’esso eredità dell’Unione Sovietica.

Entrambi i sistemi erano in grado di sparare proiettili con carica nucleare, capacità condivisa da altri pezzi di artiglieria anche occidentali e oggi archiviata con tempistiche differenti da parte dei due ex blocchi contrapposti. Quello che però è interessante ai fini della trattazione è che i pezzi di artiglieria sono stati sostanzialmente riesumati dai depositi della Guerra Fredda e rimessi in servizio nell’esercito russo (la decisione di rimodernare i Malka è stata presa nel 2018), che con ogni probabilità li distribuirà entro il 2022 ai suoi distretti militari, ivi compreso quello occidentale.

Questo è stato possibile proprio grazie alla decisione di Putin di denunciare il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa, che fissava dei precisi limiti per i firmatari in merito al numero di carri armati, veicoli corazzati, pezzi di artiglieria, aerei ed elicotteri da combattimento.

Cosa dice il Trattato Cfe?

Il Trattato Cfe è stato firmato il 19 novembre del 1990 da sedici Stati della Nato e da sei del Patto di Varsavia, tra cui, ovviamente Stati Uniti e Unione Sovietica. L’accordo limita il numero di armamenti convenzionali dispiegali in Europa, ovvero nella porzione di territorio che va “dall’Atlantico agli Urali” passando per le isole e buona parte della Turchia.

L’accordo stabilisce un tetto massimo complessivo di 20mila carri armati, dei quali non più di 16500 devono essere in unità attive, 30mila veicoli da combattimento, dei quali non più di 27300 in unità attive, 20mila pezzi di artiglieria di cui non più di 17mila in unità attive, 6800 aerei da combattimento e 2mila elicotteri d’attacco.

Questi numeri, è bene specificarlo, sono da considerare nella totalità dell’area geografica interessata dal Trattato, ciò significa che ogni nazione firmataria ha una sua quota specifica che non può superare.

All’atto dell’entrata in vigore, nel 1991, la storia aveva fatto il suo corso iniziato nel 1989 e l’Unione Sovietica così come il Patto di Varsavia non esistevano più, pertanto il Trattato fu aggiornato con quegli Stati nati dalla dissoluzione dell’Urss che avevano territori ad occidente degli Urali.

L’accordo fu emendato e rivisitato più volte: nel 1996, con quello che viene definito flank agreement, le restrizioni imposte nell’articolo V paragrafo 1A che riguardavano in particolare i distretti di Odessa (in Ucraina) furono riviste, mentre successive modifiche, tra il 1999 ed il 2001, portarono ad una sostanziale rivisitazione del trattato originario per quanto riguarda ispezioni, modalità di transito di mezzi nei vari Paesi e possibilità di incremento o decremento del numero di equipaggiamenti soggetti a limitazioni.

Ogni nazione firmataria ha quindi un tetto massimo di mezzi convenzionali da non oltrepassare. Per quanto riguarda la Russia, ad esempio, questi sono 6350 carri armati, 11280 veicoli corazzati, 6315 pezzi di artiglieria, 3416 velivoli da combattimento e 855 elicotteri da attacco.

Risulta interessante, per capire meglio la decisione russa del 2007, andare a vedere i numeri complessivi di tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia (Repubblica Ceca, Slovacca, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Georgia): il limite massimo è di 7070 carri, 10220 veicoli corazzati, 7110 pezzi di artiglieria, 1635 aerei da combattimento e 565 elicotteri.

Perché quindi la Russia ha deciso di denunciare il Trattato Cfe?

La decisione russa del 13 luglio del 2007 di sospendere la propria adesione al Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa dipende strettamente sia dalla natura stessa dell’accordo, sia da una situazione strategica che si è venuta a creare nel corso del decennio precedente.

La Nato, infatti, già a partire dagli anni ’90 ha cominciato una lenta ma inesorabile espansione verso oriente. Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia vi entrano nel 1999, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, e Repubblica Slovacca nel 2004.

A questo punto un trattato che era nato per equilibrare le forze convenzionali sul suolo europeo, prevedendo quindi che entrambi i blocchi avessero un numero di carri, veicoli corazzati, pezzi di artiglieria, aerei ed elicotteri più o meno omogeneo, vedeva uno sbilanciamento netto delle forze in favore dell’Occidente, anche in considerazione del fatto che l’Ucraina, sostanzialmente, si era posta al di fuori della sfera di influenza russa per avvicinarsi all’Europa filoatlantica (soprattutto a seguito della Rivoluzione Arancione del 2004) e che la Georgia, dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003, stava cercando di diventare membro dell’Alleanza.

Se pensiamo infatti ai numeri risultanti dalla somma di tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia ora facenti parte della Nato e aggiungiamo quelli dell’Ucraina (rispettivamente 4080, 5050, 4040, 1090 e 330) si capisce come Mosca possa trovarsi in pesante inferiorità nonostante possa contare – ma non si sa davvero sino a che punto – sulla Bielorussia e sulle altre repubbliche caucasiche restatele fedeli.

Ecco perché, a fronte dell’accerchiamento della Nato intorno ai suoi confini che prima erano “garantiti” da una serie di Stati cuscinetto rappresentati proprio dai Paesi del Patto di Varsavia, la Russia non ha potuto fare altro che uscire dal Trattato Cfe e cominciare progressivamente a riorganizzare e ridistribuire le proprie Forze Armate, non solo “al di qua” degli Urali.

La preoccupazione di Mosca, che è sempre stata la stessa dai tempi degli Zar e che guida la sua strategia politica, è quella di difendere il cuore industriale, politico, economico, culturale e demografico della Russia rappresentato da quel territorio che prende il nome di Bassopiano Sarmatico posto a occidente degli Urali e che si protende verso la Polonia. Un territorio privo di barriere naturali che è sempre stato la via maestra di tutte le invasioni del territorio russo.

Pertanto la Russia, non potendo più contare su una serie di Stati amici a fare da interposizione tra il suo nucleo fondante e l’Occidente, diventato improvvisamente “ostile” per via del sostegno alle rivoluzioni “democratiche” in Ucraina e nel Caucaso, non ha potuto far altro che ripiegare sulla soluzione più semplice: migliorare la qualità delle proprie forze armate e aumentare il numero di mezzi a protezione dei territori a occidente degli Urali.

E’ infatti di poco successiva all’uscita dal Trattato Cfe il lancio della riforma dell’Esercito, il programma “New Look” fortemente voluto dal ministro Anatoly Serdyukov varato tra il 2008 e il 2009, che ha assunto i toni di una vera e propria rivoluzione: si è passati infatti da una struttura di stampo sovietico, imperniata su divisioni/reggimenti, ad una più elastica, e meno numerosa, costituita da un ordinamento in brigate che ha anche visto la riduzione dei distretti militari da 6 a 4 (Est, Centro, Sud e Ovest). Questo ha permesso di ottimizzare le forze di terra russe, che constano di circa 40 brigate di manovra tra quelle attive e in riserva per un totale di 350 mila uomini, in modo da renderle adatte a tutta la scala dei conflitti possibili in uno scenario di guerra moderno: da quelli periferici e limitati sino ad una escalation.

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