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Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, durante il vertice londinese di Watford, ha per la prima volta riconosciuto che l’Alleanza Atlantica deve far fronte alle sfide e alle opportunità poste dalla crescente potenza militare ed economica della Cina. “Quello che vediamo è che la sempre maggior crescita della potenza cinese sta spostando gli equilibri globali, fatto che pone delle opportunità ma anche delle serie sfide per il futuro” sono state le parole del segretario ai microfoni della Cnbc.

È la prima volta che la Nato riconosce ufficialmente le “sfide” poste dal colosso asiatico agli assetti geopolitici globali, ed in particolare Stoltenberg si è dimostrato preoccupato dai progressi nel campo degli armamenti: la Cina possiede nuovi sistemi d’arma moderni che non solo sono in grado di colpire l’Europa, ma che potenzialmente potrebbero superare le difese dell’Alleanza.

“Abbiamo ora riconosciuto che la crescita militare della Cina ha delle implicazioni sulla sicurezza di tutti gli Alleati” ha aggiunto il segretario “La Cina ha il secondo più grande bilancio della Difesa al mondo (dopo gli Stati Uniti, Ndr) e ha recentemente dimostrato di possedere nuove e moderne capacità, inclusi missili a lungo raggio in grado di raggiungere tutta l’Europa e gli Stati Uniti”.

Nuove armi per una politica estera più aggressiva

Quello che è più rilevante non sono tanto i 177 miliardi di dollari (pari a 1190 miliardi di yuan) che la Cina ha stanziato per la Difesa nell’anno in corso, quanto il progressivo e costante aumento in percentuale della spesa pubblica riservato a questo settore: +7,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2017 erano 154 miliardi di dollari mentre nel 2010 78,8 miliardi.

Questa corsa agli armamenti è stata fortemente voluta dal presidente Xi Jinping. Nella sua dottrina la Cina deve assurgere a potenza globale a livello economico – tramite la politica definita “win-win” ma che spesso e volentieri nasconde degli accordi capestro – e a livello militare, in quanto i due ambiti non sono affatto separabili e devono correre su binari paralleli.

Pertanto le Forze Armate cinesi stanno subendo una vera e propria rivoluzione, anche interna con la lotta alla burocrazia corrotta che alberga a tutti i livelli, che le sta proiettando nel novero di quelle più potenti a livello globale, sia per numero sia per tecnologia, se pur coi dovuti distinguo.

Se i missili balistici con veicolo di rientro ipersonico tipo Hgv (Hypersonic Glide Vehicle) sono una realtà, se lo sono anche i missili da crociera ipersonici e i caccia di quinta generazione con capacità stealth, la Cina ha ancora – per il momento – una dottrina militare basata sull’esclusivo conseguimento della capacità di “secondo colpo” in funzione deterrente.

Il basso numero di testate nucleari rispetto a Russia o Usa – si stima circa 290 suddivise tra 180/190 vettori balistici basati a terra, 48 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) e alcuni bombardieri strategici – e soprattutto la supposta scarsa precisione delle stesse, ne fanno strumenti di rappresaglia, non quindi idonei ad un primo attacco che dovrebbe colpire le installazioni militari del nemico, alcune delle quali puntiformi e corazzate (quindi che necessitano di un colpo diretto) come bunker di centri di comando e controllo o gli stessi silo di missili balistici.

Questa dottrina, che viene chiamata “no first use” e che potremmo definire “di minima allerta”, in quanto le forze nucleari (almeno quelle basate a terra) non hanno le testate montante sui missili in circostanze normali, però potrebbe, nel giro di qualche anno, mutare in un sistema di deterrenza pronto all’uso come quello russo o americano. Ovviamente se Pechino sarà capace di migliorare i propri sistemi di guida e se non interverrà la comunità internazionale con nuovi trattati che limiteranno i sistemi missilistici di nuovo tipo, compresi quelli e raggio medio e intermedio di cui la Cina dispone in gran numero.

Questa strategia serve quindi alla Cina non solo per incrementare il proprio peso nel consesso internazionale, ma anche per potersi porre più aggressivamente nelle “questioni locali” in cui è coinvolta: Taiwan e Mar Cinese Meridionale su tutte.

Attualmente, nonostante gli enormi sforzi della Cina per dotarsi di capacità di proiezione di forza globali, dando quindi impulso anche alla cantieristica navale (sono in costruzione nuove portaerei ed è previsto che ne siano costruite di nucleari), la postura strategica è ancora ancorata al livello regionale ed è facile capirne il perché.

La Cina, geograficamente, ha una condizione sfavorevole rispetto agli Stati Uniti. Innanzitutto è circondata da alleati e amici degli Usa, come Giappone, Corea del Sud e Filippine, che in caso di conflitto rappresentano un vero e proprio coltello alla gola per Pechino; secondariamente non ha il controllo diretto degli accessi marittimi (i choke point) ai suoi mari interni, che invece sono soggetti alla sfera di influenza americana. Come tutte le potenze in aria di talassocrazia la Cina deve avere il controllo delle vie di accesso marittime che la mettono in condizione non solo di potersi proiettare a livello globale, ma che rappresentano soprattutto la chiave per la propria sopravvivenza.

È ben noto, agli addetti ai lavori, il “Dilemma della Malacca” che attanaglia da decenni la classe politica cinese: per lo stretto che separa l’Indonesia dalla Malesia mettendo in comunicazione Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale transita la stragrande maggioranza delle merci da e per la Cina, pertanto il timore di Pechino è quello che, in caso di conflitto – anche locale – gli Stati Uniti possano bloccarne l’accesso grazie all’enorme capacità di proiezione di forza data dall’Us Navy e grazie alle possibilità logistiche date dall’avere alleati e amici in quell’area geografica che possono mettere a disposizioni basi navali e aeree a Washington.

Risulta quindi chiaro come, nei piani cinesi, il primo passo sia quello di assicurarsi che le vie di comunicazioni marittime restino aperte nella peggiore delle ipotesi, da qui la necessità di controllare la regione geografica che va dal Giappone sino all’Indonesia passando per le Filippine.

In questo senso diventa centrale il controllo sul Mar Cinese Meridionale, dove infatti la Cina, ormai da qualche anno, sta progressivamente aumentando la propria presenza militare sugli arcipelaghi che lo costellano per poter instaurare una bolla A2/AD (Anti Access / Area Denial) capace di tenere lontano l’Us Navy, e che in un prossimo futuro le permetterà di proiettare la sua potenza a livello “oceanico” una volta che avrà colmato il divario tecnologico in fatto di sistemi di sorveglianza a lungo raggio che la separa ancora dagli Stati Uniti.

Il progetto finale, infatti, non è solo quello di assicurarsi il controllo dei mari limitrofi per garantire la sicurezza delle sue linee commerciali marittime e l’approvvigionamento diretto di fonti energetiche e minerarie, ma anche quello di porsi come vera e propria potenza militare su scala globale, andando di pari passo con il livello economico dato dall’enorme piano per la Nuova Via della Seta (One Belt One Road).

Che cosa può fare la Nato?

Il segretario Stoltenberg  è stato chiaro: la Nato non intende intervenire direttamente in questioni come quella del Mar Cinese Meridionale, ma allargare la collaborazione già in atto con alcuni Paesi dell’area estremo orientale e pacifica (Australia e Nuova Zelanda), ad altri come il Giappone e la Corea del Sud.

“Non si tratta di portare la Nato nel Mar Cinese Meridionale o nel Pacifico” ha detto Stoltenberg “ma di rendersi conto che la Cina si sta avvicinando a noi nell’Artico, in Africa, sta investendo pesantemente in infrastrutture in Europa e nel cyberspazio”.

Si parla anche dell’inclusione della Cina in nuovi trattati internazionali per il controllo degli armamenti, ma questa prospettiva, in un’epoca dove questi vengono stracciati invece che implementati, ci appare quanto meno remota. Del resto la Cina ha caldeggiato il ritorno di Russia e Stati Uniti nell’Inf solo perché non ne era inclusa e solo perché teme il riarmo di Washington con la particolare tipologia di armamenti che era vietata dal Trattato: i missili a raggio medio e intermedio di cui, come già detto, dispone in gran numero.

Difficilmente Pechino abbandonerà la sua politica di riarmo: essere una potenza globale significa non solo essere un gigante economico ma avere Forze Armate in grado di operare ovunque nel globo e soprattutto di rappresentare una minaccia credibile.

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