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Guerra /

La Marina americana ha emesso una modifica del contratto per fare in modo di tornare a una tipologia di consegna più tradizionale per la sua prossima portaerei della nuova classe Ford, la John F. Kennedy (Cvn-79), con l’intenzione di averla disponibile in servizio su una linea temporale più breve.

Cerchiamo ora di spiegare in cosa consiste questa modifica contrattuale: precedentemente la portaerei avrebbe dovuto passare attraverso un processo di consegna in due fasi, in cui la nave sarebbe stata per completata per la maggior parte e messa in servizio, e solo in un secondo tempo i cantieri Newport News Shipbuilding avrebbero installato l’elettronica e altre modifiche, tra cui la capacità di operare integralmente con gli F-35. Questo piano è stato presentato nel budget dell’anno fiscale 2016 per costruire la nave secondo il programma più conveniente per i cantieri navali, evitando anche che ci fosse la presenza contemporanea nella flotta della Uss Kennedy e della Uss Nimitz (Cvn-68), che avrebbe messo a dura prova il budget e il personale dell’U.S. Navy per poterle utilizzare contemporaneamente.

Inserendo un intervallo nella costruzione e ritardando la consegna finale con capacità full, la nave avrebbe imbarcato la tecnologia più aggiornata appena prima del suo ingresso definitivo nella flotta. Ora l’U.S. Navy ha preferito una tipologia di consegna più “tradizionale”, in un’unica fase, stanziando un ulteriore finanziamento di 315 milioni di dollari per la modifica contrattuale in modo che la Uss Kennedy possa entrare in servizio senza ulteriori indugi entro il 30 giugno del 2024.

Il portavoce della Marina Usa, il capitano Danny Hernandez, ha detto a Usni News che questo nuovo piano fornirà alla flotta una nave più capace e accelererà la sua capacità di essere collaudata durante il dispiegamento. Se le modifiche per imbarcare gli F-35 fossero state apportate durante la disponibilità post-shakedown della nave, quel periodo di lavori avrebbe potuto durare più a lungo e ritardare l’ingresso in servizio della nave.

Il nuovo piano quindi, non allungherà i tempi di consegna della Jfk, ma, al contrario, permetterà che il completamento della nave in modo che sia perfettamente compatibile con l’F-35C, la versione imbarcata a decollo e atterraggio tradizionale del caccia di quinta generazione della Lockheed-Martin.

Il nuovo caccia, infatti, richiede delle modifiche particolari per poter operare da una portaerei, che nel caso di quelle americane riguarda principalmente la questione del software e dei sistemi di comunicazione.

La Uss Kennedy è la seconda unità della classe Ford, e fa parte di una nuova seria di portaerei statunitensi. Sono unità leggermente più grandi delle Nimitz che si distinguono dalle precedenti principalmente per essere dotate di 4 catapulte di nuova concezione che utilizzano la forza elettromagnetica invece del vapore (Emals – Electromagnetic Aircraft Launch System) ed un sistema avanzo di arresto dei velivoli a 3 cavi Aag (Advanced Arresting Gear). Sistemi che hanno dato numerosi problemi di messa a punto ritardando non poco il varo della Uss Ford.

Le portaerei saranno quattro e nascono dall’esigenza di dotare la US Navy di nuove unità in grado di effettuare più sortite di velivoli al giorno, di avere più potenza elettrica per i sistemi di bordo, e di imbarcare meno uomini rispetto a quelle della classe Nimitz, riducendo nel contempo i costi di servizio.

A cosa è dovuta questa accelerazione? La questione di avere un’unità da subito in grado di essere pienamente operativa è da ricercare in quanto sta succedendo al di là dell’Oceano Pacifico. La Cina infatti sta raccogliendo i frutti di un intenso programma di rinnovamento e ingrandimento della sua flotta che le ha permesso, recentemente, di avere la marina militare più numerosa al mondo, superando così quella americana.

Quello che però viene temuto più di ogni altra cosa dal Pentagono, non è solamente lo svantaggio numerico, ma il possibile futuro svantaggio qualitativo e quindi strategico. La flotta cinese sta cambiando paradigma passando dalla vocazione “costiera” a quella “d’altura”, ovvero si sta rapidamente proiettando a diventare quella che in gergo viene definita blue water navy.

Pertanto la Cina potrà disporre nel giro di 20/30 anni di una flotta dotata di capacità di proiezione di forza non indifferenti e da non sottovalutare, soprattutto se si considera che, parallelamente, Pechino sta sviluppando molto il concetto di sea denial grazie alle sue bolle A2/AD che sono già attive in alcuni “mari interni” del Pacifico Occidentale. I progressi nel campo tecnologico della Cina sono stati fulminei, guidati proprio dall’Occidente grazie alla sua miopia quando ha permesso la produzione su licenza di assetti all’avanguardia o la cessione di brevetti (se non addirittura ottenuti con la frode da Pechino), ma sono anche il frutto di una reimpostazione delle capacità di ricerca delle università cinesi, che hanno sguinzagliato negli atenei migliori del mondo i propri studenti per poi metterli a “fare scuola” internamente creando eccellenze.

I frutti di questa politica decennale si stanno raccogliendo proprio ora e sono maggiormente evidenti nel campo militare: la Cina è ormai da annoverarsi come l’avversario strategico principale dell’Occidente non nascondendo le sue mire egemoniche in campo commerciale ed economico, supportate dallo strumento militare in modo assertivo. Un’espansione lenta ma costante, a macchia d’olio, in quanto la strategia di Pechino è quella di raggiungere piccoli ma periodici risultati senza creare “casus belli” ed infine mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto: la militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale, sempre negata dal Politburo cinese, ne è un chiaro esempio.

Pertanto a Washington non resta che riprendersi dalla “vacanza asimmetrica” (ovvero lo spostamento dell’attenzione verso i conflitti come quello afghano o siriano) degli ultimi 15/20 anni e ripartire a fronteggiare le minacce statuali, come quella della Cina, da quella che è sempre stata la spina dorsale della sua strategia: la flotta. Qualcuno infatti, non a caso, ha definito il XXI secolo il “secolo blu“, e sarebbe bene che questa lezione venga appresa anche alle nostre longitudini, senza pensare di essere lontani e al sicuro da certi teatri di scontro.

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