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Sfumata l’ipotesi di una guerra lampo, la categoria più assimilabile alla attuale situazione in Ucraina è quella della guerra di logoramento, o meglio ancora, di “attrito”. Eppure, con la rinuncia a prendere Kiev, la riorganizzazione attorno al Donbass e la strage di Bucha hanno ridefinito ancora una volta, nell’arco di pochi giorni, il ritratto del conflitto. Si tratta di una nuova forma che porta lo scontro ad un livello più alto e, conseguentemente, più pericoloso e tendenzialmente più duraturo. Una condizione che potrebbe durare mesi e forse anni, anche qualora dovessero tacere le armi.

Le controparti non sono più disposte a mediare

Durante le prime settimane del conflitto, il ripetersi di round negoziali aveva fatto ben sperare in fatto di ammorbidimento delle posizioni, soprattutto circa la possibilità di avere in tempi brevi un draft che potesse soddisfare entrambe le parti. Anche la mediazione turca sembrava stare sortendo degli effetti positivi, ma se la diplomazia ha canali sconosciuti ai più, la palestra negoziale sembra essere davvero ferma.

L’elemento dirimente non è più l’ingresso nella Nato o meno, sul quale il presidente Zelensky ha mostrato anche delle aperture, ma l’integrità territoriale dell’Ucraina. Putin su questo non farà un passo indietro nel Donbass e tantomeno in Crimea. E Zelensky non sarà pronto a sedersi al tavolo delle trattative fino a quando le cessioni territoriali saranno ancora nei diktat di Mosca. Le posizioni si stanno sclerotizzando, le richieste diventano refrain e il rischio è una Ucraina, de facto, spartita come la Germania. I negoziatori informali proseguono anch’essi un’opera di tessitura per la quale, però,  sembrano poi dimostrare di non avere davvero l’imprimatur per concludere un accordo.

L’uso sistematico del terrore

Il terrore è l’arma che arriva in una fase determinata del conflitto, quella dove le armi non bastano più, in cui la stanchezza si fa sentire e il morale è basso. Mariupol, Makariv, Bucha, Kramatorsk e tante altre: piccole e o medie che siano o saranno hanno tutte le caratteristiche della guerra del terrore. Si tratta della medesima strategia dei terroristi: attaccare siti civili, spargere la morte nel modo più violento possibile. A questo aggiungere rapimenti, deportazioni e stupri: l’inventario per terrorizzare non lascia niente di intentato.

Ma il terrore non è solo tattico, come in ogni conflitto dalla notte dei tempi, è anche quello a cui si lascia andare un esercito fiaccato dalla vittoria che non arriva, da una guerra in cui presumibilmente non si voleva finire e che spalanca la porta ai più sordidi istinti primordiali di umiliare e offendere se proprio non si riesce a ottenere nessun altro risultato: come il ladro che devasta un’abitazione per il semplice motivo di non avervi trovato nulla da rubare. Intimidire la popolazione; condizionare la politica con la forza; destabilizzare e distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un Paese: i 3 capisaldi di ciò che il terrorismo sono stati tutti messi in scena a Bucha e altrove. Mentre Mosca accusa Kiev di preparare provocazioni sul terreno, a Makariv vengono ritrovati 132 corpi di persone torturate e sale a 360 morti il bilancio di Bucha. Sul fronte delle vittime, sono 176 i bambini e 1.766 i civili uccisi e oltre 19mila i soldati russi morti.

La corsa al riarmo della resistenza ucraina da parte dell’Occidente

Senza il supporto bellico dell’Occidente l’Ucraina capitolerebbe politicamente e militarmente. Questo è un dato di fatto se si vuol fare una riflessione realistica sul corso degli eventi bellici. Un’Ucraina disarmata non provocherebbe un ritiro delle forze di Mosca, ma la loro vittoria e la caduta di Kiev. Allo stesso tempo, pensare di armare sine die l’Ucraina terrà il conflitto in piedi fino a quando Mosca continuerà ad attaccare. È un cul- de-sac drammatico che costringe a un botta e risposta senza esclusione di colpi da quasi due mesi. Accanto a ciò bisogna ricordare un altro dato di fatto: senza controllo dei cieli, la sconfitta militare dei russi e il loro roll back al di là del confine è impossibile. Dopo i primissimi giorni di guerra, Mosca ha annunciato di aver raggiunto la completa “superiorità aerea” nei cieli ucraini, anche se non ancora la “supremazia aerea”. Vuol dire che la Russia, anche se non completamente, è in grado di esercitare il controllo dei cieli ucraini a più livelli e di condurre operazioni di guerra senza che la controparte sia in grado di ostacolarle in maniera significativa.

Tuttavia, l’Ucraina sta facendo un uso molto intelligente e parco delle proprie forze, ora rimpinguate dal supporto occidentale: le famose munizioni che Zelensky avrebbe chiesto al posto di un “passaggio”. Le truppe di Kiev sono anch’esse in seria difficoltà, trovandosi ad assaltare i carri armati russi con i missili anticarro. Il tempo, però è dalla loro parte: stanca i russi, ne fiacca il morale e permette di ricevere aiuti. Dopo il via libera del Pentagono, gli Stati Uniti hanno approvato il trasferimento in Ucraina di migliaia di complessi Stinger e Javelin, droni Switchblade e 50 milioni di munizioni: questo rendere Kiev capace di resistere ancora.

La mediazione impossibile

A Xi Jinping saranno fischiate spesso le orecchie negli ultimi due mesi. La tanto invocata mediazione cinese non giunge, e presumibilmente non arriverà a bussare se l’Occidente non avrà nulla di attraente da proporre come contropartita. Tantomeno la Cina, desiderosa di restare nell’alveo del business as usual, ha esperienza e volontà di mediazione: il suo ruolo nel mondo è tutt’altro. Pertanto, è più probabile che il vero mood di Pechino, a meno che non sia presa per mano dagli Stati Uniti in un clamoroso coup de théâtre, sarà quello di non spalleggiare apertamente Mosca, limitandosi a sorriderle a denti stretti. Il che sarebbe già tanto. Poco sappiamo invece dell’efficacia della mediazione di Abramovich, l’uomo che siede in seconda fila ma che è sempre presente, vittima di un presento avvelenamento (sul quale pendono ancora il chi e il perché) e “impoverito” dalle sanzioni: non esattamente un Folke Bernadotte a cui affidare i destini del mondo.

C’è poi, invece, Recep Erdogan, il Giano bifronte della NATO. L’uomo che vuole essere il sensale dei negoziati, gli stessi che gli consentono di farsi perdonare dall’Alleanza Atlantica per quel peccatuccio degli S-400, ripulire la propria immagine ed evitare il linciaggio in patria in occasione delle elezioni previste per il prossimo anno. L’insistenza di Erdogan mira a far sedere allo stesso tavolo il presidente russo e il presidente ucraino, ma il faccia a faccia sembra ancora lontano: il semplice fatto di sedersi al tavolo dei negoziati, dopo aver creduto di poter denazificare e prendere l’Ucraina, sarà per Putin l’ammissione della disfatta. E chissà se sarà mai pronto a dichiararla.





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