Le conseguenze della guerra in Iran stanno andando ben oltre il Golfo. In Asia, dove numerosi governi devono fare già i conti con lo shock petrolifero derivante dalla limitazione delle operazioni commerciali nello Stretto di Hormuz, la situazione è piuttosto calda nel Kashmir indiano e nel distretto di Kargil, nel Ladakh.
La morte di Ali Khamenei sotto i bombardamenti statunitensi e israeliani ha infatti infiammato la popolazione locale, che è scesa nelle strade per partecipare a cortei di lutto in onore della defunta Guida Suprema e alimentare raduni di protesta contro Washington e Tel Aviv.
I manifestanti sciiti, in città come Srinagar, Budgam, Pulwama, Anantnag e Bandipora, oltre che in altri Stati indiani come Uttar Pradesh, Bihar, Telangana, Karnataka e Andhra Pradesh, hanno invocato la morte di Israele e degli Stati Uniti. Si sono uniti alle dimostrazioni su larga scala anche diversi leader politici e separatisti sunniti.
Il motivo di una simile vicinanza? In primis culturale e religiosa. La Rivoluzione islamica iraniana del 1979 ha ispirato, nello specifico, i separatisti del Kashmir. Non è un caso che nell’ultimo trentennio Teheran abbia fatto breccia tra gli sciiti indiani creando tra loro quasi un senso di lealtà religiosa.
Non bisogna poi dimenticare che diversi kashmiri studiano o hanno studiato all’Università di Teheran e nel seminario di Qom, e che gli antenati dell’ex ayatollah Ruhollah Khomeini vivevano negli Stati indiani del Kashmir e dell’Uttar Pradesh.
Proteste in Kashmir per la morte di Khamenei
Quanto sta accadendo nel Kashmir dovrebbe far risuonare un campanello d’allarme nei corridoi delle agenzie di sicurezza dell’India. E pure in quelli dei principali partiti politici del Paese, gli stessi che hanno sempre considerato gli sciiti fedeli alla costituzione indiana e i sunniti come vertice dell’estremismo religioso.
La riprova è arrivata dalle migliaia di persone che hanno manifestato la loro vicinanza ad Ali Khamenei sventolando bandiere nere e iraniane. La polizia e il personale paramilitare, scrive Nikkei Asia, hanno installato barricate di filo spinato e dispiegato veicoli blindati su diverse strade nella città di Srinagar, nel Kashmir, e in altre zone limitrofe, per limitare la circolazione del pubblico.
Ci sono stati degli scontri e una decina di persone sono rimaste ferite. Immediata la risposta delle autorità: scuole chiuse, velocità di Internet mobile rallentato, blocco di svariati account sui social media e Meta, nonché di contenuti sensibili, e adozione di altre “misure precauzionali“.
I video che circolano online, e che mostrano una colluttazione tra la polizia e le manifestanti, hanno suscitato critiche da parte di esponenti dell’opposizione, tra cui un parlamentare del Kashmir, Aga Ruhullah Mehdi. Il risultato? L’amministrazione locale ha intentato una causa contro lo stesso Mehdi, accusandolo di “aver diffuso false narrazioni sui social media che minacciano l’ordine pubblico” ai sensi degli articoli del Bharatiya Nyaya Sanhita, il nuovo codice penale indiano.
Un problema in più per l’India
Un giornalista del Kashmir, raccontando la sua storia ai media in forma anonima, ha spiegato che i suoi account Meta sono stati bloccati dalle autorità. “Ho pubblicato un video su Instagram e Facebook in cui migliaia di persone si sono radunate e hanno manifestato pacificamente. Ha ricevuto 3 milioni di visualizzazioni. Non c’era nulla nel video che violasse le regole”, ha affermato.
La situazione rischia di diventare esplosiva, visto che le comunità sciite indiane sono vicine alla causa iraniana mentre il governo del Paese, guidato da Narendra Modi, pur dicendosi pragmatico e non aderendo formalmente ad alleanze, mantiene legami strategici con Stati Uniti e Israele (di recente Modi ha pure visitato Tel Aviv). Non bisogna però scordare che Delhi mantiene da tempo legami politici ed economici anche con Teheran, come dimostra l’affitto da parte della Repubblica Islamica del porto di Chabahar al gigante asiatico.
Come si legge su Middle East Forum, tuttavia, in alcune parti dell’India settentrionale, come Lucknow, gli sciiti votano per il partito di Modi, il Bhartiya Janata Party, ma non per nazionalismo, quanto a causa del loro conflitto con i sunniti. Ebbene, molti ex funzionari dell’intelligence, o in servizio, sostengono che le attuali proteste in corso non siano anti India ma contro Israele. Il loro parere? Modi non avrebbe dovuto “sostenere palesemente Israele” alla Knesset…