La morte di 18 ufficiali emiratini in territorio sudanese segna il passaggio del conflitto da prettamente locale, con il coinvolgimento sul campo solo di forze del Sudan, a regionale. Anche se la scomparsa degli ufficiali in questione non è mai stata confermata da Abu Dhabi, il fatto stesso che si parli della loro presenza in un’area coinvolta dalla guerra appare già piuttosto significativo. Tanto più che il Governo sudanese, quello retto dal generale Al Burhan e che con il proprio esercito sta combattendo le Rsf del generale Dagalo, ha congelato i rapport diplomatici con gli Emirati e ha dichiarato ufficialmente “ostili” le autorità di Abu Dhabi.
Il raid nella base di Nyala
L’evento scatenante è accaduto a Nyala, base militare spesso utilizzata dalle Rsf. È qui che, secondo quanto dichiarato dal Governo sudanese, sarebbero morti i 18 ufficiali emiratini. Questi ultimi, sempre stando alle comunicazioni del Governo di Khartoum, erano appena atterrati a Nyala con un aereo cargo proveniente da Abu Dhabi. Una volta sbarcata la merce contenuta nel velivolo, sarebbe quindi entrato in azione l’esercito regolare sudanese con un raid che ha messo la pista della base nel mirino. Per chi era presente dunque, non ci sarebbe stato scampo. Ma perché gli uomini di Al Burhan sono intervenuti così pesantemente a Nyala?
Il motivo va rintracciato nella convinzione del Governo sudanese della presenza, all’interno dell’aereo distrutto, di armi provenienti dagli Emirati. E gli ufficiali, in quest’ottica, stavano quindi espletando la funzione di supervisori della consegna degli armamenti ai miliziani Rsf. Tra le armi in procinto di essere girate ai combattenti agli ordini di Dagalo, anche droni di fabbricazione cinese e munizioni. Per Al Burhan questa sarebbe la vera prova del coinvolgimento degli Emirati nel conflitto e, in particolar modo, dell’aiuto fornito loro ai rivali delle Rsf.
I droni su Port Sudan e la fine dei rapporti diplomatici
Il raid di Nyala è nato in risposta ad un altro bombardamento, quello operato a Port Sudan. Quest’ultima è una città molto importante in quanto da due anni ospita, per via dell’occupazione di Khartoum da parte delle Rsf andata avanti fino a marzo, le sedi provvisorie del Governo sudanese. Un vero e proprio quartier generale provvisorio, un luogo sicuro da cui dirigere il conflitto. I raid su Port Sudan, hanno convinto Al Burhan a forzare la mano e a dirigere i propri ordigni sulla pista di Nyala. Ma questo ha aizzato ulteriormente la tensione.
Le Rsf hanno contro risposto bombardando ulteriormente Port Sudan. La città il 6 maggio scorso ha subito il peggiore raid dall’inizio del conflitto, con i droni che hanno centrato anche centrali elettriche e hanno costretto l’intera regione al blackout. Al Burhan, poco dopo il bombardamento, ha parlato in un discorso televisivo puntando ancora una volta il dito contro gli Emirati: “Ci sono loro dietro – ha detto – per questo sospendiamo ogni rapporto”. Le relazioni sono quindi state sospese e i due Paesi sono adesso ai ferri corti. Un’evoluzione che era peraltro attesa: è risaputo infatti che Abu Dhabi da anni sostiene le Rsf, nella speranza di espandere la propria influenza non solo in Sudan ma nell’intera regione circostante. La presenza di interessi emiratini potrebbe richiamare l’attenzione sul conflitto sudanese anche di altri attori, Arabia Saudita in primis. Con il rischio sempre più concreto di una maggiore internazionalizzazione della guerra.

