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Il governo di Vienna è il primo in ambito comunitario a esprimere ufficialmente perplessità circa l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Lo ha fatto con il ministro degli Esteri Alexander Schallenberg, il quale è intervenuto nell’incontro dell’European Media Summit. “Credo – ha dichiarato Schallenberg – che Kiev possa far parte dell’Europa anche con metodi diversi dalla piena adesione”. Parole importanti perché a dire l’ultima parola sull’inserimento di una nazione nell’elenco dei Paesi candidati è il consiglio europeo ed occorre, così come previsto dall’articolo 49 del Tue (Trattato sull’Unione Europea), l’unanimità tra i membri per il via libera definitivo.

Anche se Schallenberg ha specificatamente affermato che l’Austria non opporrà alcun veto su Kiev, le sue parole rischiano di far scricchiolare a livello politico l’impalcatura dove, nei piani della commissione europea, dovrebbe poggiare la procedura veloce volta a portare entro giugno l’Ucraina almeno nella lista dei Paesi candidati all’adesione. E infatti il ministero degli Esteri ucraino ha subito bollato come “miope” la visione dell’Austria, criticando aspramente le frasi di Schallenberg.

A che punto è il processo di adesione di Kiev

Il percorso di adesione dell’Ucraina è iniziato ufficialmente il 27 febbraio scorso, tre giorni dopo cioè l’inizio della guerra. Nel corso della sua visita a Kiev del 9 aprile, il presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen non solo ha apertamente espresso la sua posizione favorevole all’ingresso dell’Ucraina nella famiglia comunitaria, ma ha anche consegnato i primi documenti ufficiali che il governo ucraino deve poi compilare per proseguire con il processo di adesione. A Bruxelles pochi giorni fa sono arrivate da Kiev le prime risposte sui prerequisiti in vista del percorso di integrazione. Dunque le trattative sono oramai avviate.

Non si è davanti a una procedura di emergenza, la quale permetterebbe all’Ucraina di entrare in pochi mesi, ma indubbiamente la commissione europea sta spingendo per un percorso quanto meno facilitato. La stessa Von Der Leyen ha dichiarato da Kiev la sua volontà di conferire all’Ucraina il rango di “Paese candidato” entro giugno. Per quel mese la commissione vorrebbe portare il fascicolo al Consiglio europeo, chiamato poi a esprimersi per l’appunto sullo status dell’Ucraina. Una corsa contro il tempo che da Bruxelles viene giustificata con l’intento di dare un chiaro segnale politico di vicinanza a Kiev. Ma se la procedura a giugno dovesse scavalcare lo scoglio del consiglio europeo, non vorrà dire che l’Ucraina aderirà subito all’Ue. Al contrario, il Paese dovrà dopo dimostrare di avere i requisiti validi per entrare nel club comunitario.

La posizione di Vienna

Al netto però del tempo che potrebbe passare prima di vedere a Kiev le bandiere dell’Ue, il discorso in questa fase è più di natura politica. Conferire all’Ucraina in tempi molto brevi il rango di Paese candidato, nella visione di Bruxelles significherebbe dare un forte input politico di vicinanza al governo del presidente Zelensky. Ma è proprio su questa visione che Vienna ha espresso le sue perplessità. Il ministro Schallenberg, nel mostrare cautela circa la possibilità dell’Ucraina di ottenere lo status di candidato in pectore, ha citato la situazione relativa ai Paesi dei Balcani occidentali. “Ci sono governi la cui strada per l’adesione si sta rivelando lunga”, ha dichiarato il titolare della diplomazia austriaca, alludendo proprio ai governi balcanici.

Da qui le perplessità di Vienna, secondo cui l’Ucraina potrebbe far parte della famiglia europea in altri modi: “Kiev – ha proseguito Schallenberg – potrebbe aderire all’unione economica europea oppure mantenere lo status quo”. Cioè potrebbe essere un Paese orientato verso l’Europa senza tuttavia al momento aderire all’Ue.

La questione relativa ai Balcani occidentali

Anche in Italia nelle ultime ore si è fatto riferimento, tramite il ministro Luigi Di Maio, alla situazione dei Paesi candidati dei Balcani occidentali: “Lì ci sono governi che aspettano da dieci anni”, ha dichiarato il titolare della Farnesina. Ma se per Roma questo non costituirebbe una pregiudiziale all’ingresso di Kiev, per Vienna invece la situazione è diversa. L’Austria teme una destabilizzazione della zona balcanica. La Macedonia del Nord ha ottenuto lo status di Paese candidato nel 2004, il Montenegro nel 2010, la Serbia nel 2012 e l’Albania nel 2014. Se l’Ucraina dovesse riuscire a scavalcare la lunga “lista di ingresso”, sarebbero due gli scenari temuti da Vienna: o un rapido ingresso anche dei Paesi balcanici per evitare problemi oppure l’esplosione di proteste nell’intera regione.

In entrambi i casi l’Austria ci perderebbe. Se dovessero entrare nel giro di pochi mesi o anni tutti i governi balcanici, è possibile che migliaia di persone partirebbero, spinte da una maggiore facilità di spostamento derivante dall’adesione all’Ue, verso il nord Europa in cerca di fortuna e l’ondata migratoria investirebbe anche il territorio austriaco. Al contrario, in caso di destabilizzazione dei Balcani occidentali, Vienna per ovvi motivi geografici sarebbe tra i primi Paese a subirne l’impatto. Questo spiega la frenata di Vienna sull’Ucraina: creare corsie preferenziali non è nell’interesse austriaco, anche al netto della solidarietà a Kiev per l’aggressione subita.

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