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La tensione tra Iran e Stati Uniti continua a rimanere alta nonostante i negoziati in corso a Vienna per la ripresa dell’accordo sul nucleare. Nella notte tra domenica 27 e lunedì 28 giugno, gli Usa hanno condotto un nuovo raid contro le postazioni delle milizie filo-iraniane in Siria ed Iraq, distruggendo alcuni depositi di armi e uccidendo almeno sette combattenti. Secondo quanto affermato successivamente dal Pentagono, gli impianti colpiti “sono utilizzati da milizie filo-iraniane impegnate in attacchi tramite aerei a pilotaggio remoto contro il personale e le strutture americane in Iraq”. Negli ultimi tempi gli Usa hanno subito diversi attacchi in territorio iracheno condotti presumibilmente dalle milizie filo-iraniane, riunitesi sotto l’ombrello delle Forze di Mobilitazione popolare.

Il recente bombardamento è il secondo lanciato dagli Usa contro postazioni filo-iraniane nella regione fin dall’insediamento dell’amministrazione dem guidata da Joe Biden: il primo raid era stata autorizzato dal presidente Usa a febbraio in risposta ad attacchi con razzi contro una base usata in Iraq da forze americane e della coalizione. In quel caso però l’operazione era stata lanciata unicamente contro la Siria, mentre quest’ultimo raid ha interessato anche parte del territorio iracheno, scatenando così la reazione delle autorità di Baghdad.

Raid e diplomazia

Il luogo scelto dagli Usa per colpire le milizie di Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al Shuhada non è casuale. L’area al confine tra Iraq e Siria è una zona nota per la presenza dei combattenti filo-iraniani, che sfruttano il controllo del valico di Abukamal per spostare materiale bellico dall’Iran alla Siria passando per l’Iraq. La presenza dei miliziani nell’area di confine ed in generale in territorio iracheno rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, che hanno quindi voluto lanciare un “chiaro messaggio di deterrenza” all’Iran e ai suoi alleati nella regione, secondo quanto spiegato dal segretario di Stato Antony Blinken.

Gli Usa sono intenzionati a mantenere alta la pressione contro l’Iran a livello militare in Iraq e più in generale nell’area mediorientale, a dimostrazione del fatto che il ritiro dall’Afghanistan non coincide con il totale disimpegno americano dalla regione. A questo proposito il raid può anche essere letto come un messaggio al nuovo presidente iraniano, il conservatore Ebrhaim Raisi, la cui elezioni è stata accolta con ben poco entusiasmo dalle cancellerie occidentali.

L’attacco arriva tra l’altro nel momento in cui gli Usa sono impegnati nei colloqui di Vienna per il rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano, che potrebbero concludersi anche prima dell’insediamento di Raisi previsto per agosto, secondo una doppia strategia di pressione militare e di dialogo.

Il ruolo di Baghdad

Il raid contro le milizie filo-iraniane questa volta è stato duramente condannato dalle autorità di Baghdad, che hanno definito i bombardamenti una inaccettabile violazione della sovranità irachena ed un attacco alla sicurezza nazionale. La mossa americana ha anche riacceso il dibattito sulla presenza in Iraq di 2.500 soldati americani, un argomento su cui da tempo Baghdad e Washington cercano di trovare un nuovo accordo per un diverso dispiegamento delle forze americane nel Paese. A spingere per il definitivo ritiro degli Usa dall’Iraq sono principalmente le milizie filo-iraniane, ma il sostegno americano è tuttora indispensabile nella conduzione di operazioni contro le cellule dell’Isis ancora presenti in Iraq.

A preoccupare gli Usa è principalmente l’incapacità di Baghdad di tenere a bada le varie formazioni militari nate dal 2014 in poi in risposta alla fatwa lanciata dall’Ayatollah Ali al-Sistani contro l’Isis e riunitesi adesso sotto l’ombrello delle Forze di mobilitazione popolare. A causa della perdurante crisi economica iraniana queste milizie sono state costrette a fare maggiore affidamento sul governo iracheno, eppure difficilmente ne rispettano le indicazioni, continuando così a rappresentare un problema per le politiche degli Stati Uniti.

Pressioni regionali

Intanto Baghdad deve fare i conti anche con le pressioni che arrivano dagli alleati regionali degli Stati Uniti. Il 27 giugno il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi ha incontrato a Baghdad il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il re giordano Abdullah per parlare di cooperazione e sviluppo regionale in ambito economico, commerciale, industriale, politico e di sicurezza. Quest’ultimo punto prevede un maggiore coordinamento tra gli apparati di sicurezza ed intelligence dei tre Paesi contro la minaccia dell’Isis e altre organizzazioni terroristiche che hanno saputo sfruttare a loro vantaggio la mancanza di dialogo tra Iraq, Giordania ed Egitto.

Il richiamo più generale ai gruppi terroristici e non solo all’Isis non è un caso ed è stato interpretato da diversi analisti come un messaggio diretto alle milizie filo-iraniane attive in Iraq, la cui presenza non è gradita a diversi Paesi dell’area vicini agli Stati Uniti che potrebbero chiedere ad al-Khadimi un atteggiamento maggiormente assertivo in cambio di un ritorno economico.