La geopolitica della corsa allo spazio
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Prima o poi doveva capitare: quando in Libia la situazione si fa seria, il petrolio è la prima arma usata dai gruppi armati per dettare la propria legge. Dopo la morte di Gheddafi, nel Paese nordafricano episodi del genere sono accaduti diverse volte. É successo ad esempio nel gennaio del 2020, a ridosso della Conferenza di Berlino che doveva discutere sugli equilibri tra il generale Haftar e l’allora governo di Fayez Al Sarraj. Una crisi rientrata dopo un volo dell’ex vicepremier Ahmed Maitig in Russia. Sta succedendo adesso anche in questi giorni, contraddistinti dal duello ravvicinato tra il premier riconosciuto dall’Onu, Abdul Hamid Ddedeiba, e il premier votato dal parlamento, Fathi Bashaga. Due volti per una sola poltrona, anche qui nulla di nuovo nella Libia post 2011. Solo che adesso la crisi libica si incastra con diverse crisi che stanno sconvolgendo gli equilibri internazionali. Il nuovo blocco dell’export di greggio dalla Libia potrebbe ricollegarsi alla guerra in Ucraina e potrebbe acuire la crisi energetica nell’area europea e mediterranea.

Il blocco del greggio

Nel 2020 in Libia si era dinnanzi a una situazione paradossale e quasi grossolana. C’era un governo che aveva le chiavi della cassaforte, quello cioè guidato da Al Sarraj sotto la cui ala vi era la banca nazionale in cui entravano i proventi della vendita del petrolio. Mentre, dall’altro lato, c’era un esercito (o, per meglio dire, un insieme di milizie) guidato dal generale Haftar che aveva le chiavi degli stabilimenti controllando buona parte dei territori dove hanno sede i giacimenti. Oggi la situazione non è poi così diversa, pur se maggiormente frammentata. A Tripoli siede Ddedeiba, l’imprenditore misuratino nominato nell’aprile 2021 dal foro di dialogo sulla Libia e che doveva portare il Paese al voto nel dicembre scorso. Dalla sua ha molte milizie che lo aiutano a controllare la capitale, ma non tutte sono dalla sua parte. Perché nel frattempo a Tripoli vorrebbe sedersi Fathi Bashaga, eletto invece dal parlamento a inizio anno. Bashaga è anch’egli misuratino e inoltre sotto il governo di Al Sarraj era ministro dell’Interno. Dunque anche lui nell’ovest può disporre di contatti e conoscenze tra alcune delle milizie più influenti.

La sua vera base è però nell’est, lì dove ha sede il parlamento che lo ha votato. E nell’est la forza principale a livello militare è ancora quella di Khalifa Haftar. Quest’ultimo, dato più volte in crisi e fuori dai giochi dopo aver perso la battaglia per la presa di Tripoli contro Al Sarraj, detiene il controllo delle regioni orientali e di molte province del Fezzan, l’area desertica della Libia in cui si contrano però i principali stabilimenti. Tra cui quello di Sharara, il più grande in assoluto in territorio libico. Da Sharara non parte più petrolio. Chiuso per settimane per proteste da parte di non meglio specificati gruppi locali, lo stabilimento ha funzionato la settimana scorsa per un solo giorno. Poi le attività sono state nuovamente sospese. I gruppi, verosimilmente legati ad Haftar e a Bashaga, stanno ancora oggi impedendo il ritorno alla normalità.

Una situazione molto simile a quella che si sta verificando da settimane nei porti di Sidra e Ras Lanuf, scali essenziali per il trasporto di greggio in quanto situati nella mezzaluna petrolifera tra Sirte e Bengasi. Zone anche queste in mano ad Haftar, da dove le petroliere non riescono oramai da diversi giorni a partire alla volta dell’Europa.

Le conseguenze della crisi libica fanno gola al Cremlino

Mohamed Aoun, ministro del petrolio libico del governo di Ddedeiba, ha quantificato nei giorni scorsi le attuali perdite dovute al blocco petrolifero. Tripoli perderebbe la possibilità di produrre, così come dichiarato dall’esponente dell’esecutivo libico su AgenziaNova, circa 600mila barili al giorno. Un’enormità considerando che in tempi di pace dalla Libia escono almeno 1.2 milioni di barili al giorno. Il blocco quindi incide quasi sul 50% dell’intera produzione. Per i libici tutto questo si traduce in mancati introiti. Per l’Europa in un ulteriore aggravamento della crisi energetica. Con l’impennata dei prezzi registrata già alla fine del 2021, il Vecchio Continente avrebbe un gran bisogno del petrolio libico. Da solo non sufficiente a rimpiazzare ad esempio quello russo, su cui incombe la possibilità di un totale embargo nei prossimi pacchetti sanzionatori contro Mosca, ma comunque importante in una fase in cui si cercano sempre più fonti alternative di approvvigionamento.

Ecco quindi che la crisi ucraina e la crisi energetica sono destinate a innestarsi con la crisi libica. In una situazione del genere, a guadagnarci maggiormente è il Cremlino. Con un’Europa sempre più a secco, la Russia vede sempre più lontana la possibilità di un embargo a suo danno. E inoltre Mosca può “ricordare” al Vecchio Continente di dover fare i conti con lei per evitare un generale tracollo dell’economia. Un po’ come avviene anche con la crisi legata al grano.

Occorre poi ricordare che il Cremlino ha un ruolo molto importante in Libia. Negli anni il presidente Vladimir Putin ha stretto legami molto forti con il generale Haftar, fornendogli soldi e armi. Non sono pochi, tra i corridoi diplomatici, ad azzardare che ci sia un ordine preciso del presidente russo dietro la chiusura dei terminal petroliferi libici. In realtà questa conclusione appare un po’ forzata per diverse ragioni. In primis, perché lo stesso Cremlino a un certo punto ha ritenuto Haftar inaffidabile. Il generale ha spesso fatto di testa sua, prendendo in più occasioni decisioni in modo autonomo dalle direttive degli alleati. L’equazione Putin – Haftar cioè non è mai stata automatica e non lo è nemmeno adesso. Ma di certo dalla capitale russa non c’è tutto l’interesse di consigliare all’uomo forte dell’est della Libia di sbloccare le esportazioni di greggio verso l’Europa. Mosca ha quindi nel petrolio libico un’ulteriore importante carta da giocare anche nel contesto ucraina.

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