Il velo nero che le copriva il volto è diventato un velo di morte. La testa è inclinata indietro e una riga di sangue le cola sulla fronte bianca e le tinge le labbra di rosso. Le sopracciglia sono curate, un piccolo vezzo in una città – Aleppo – martoriata dalle bombe. I suoi vestiti sono stati lacerati dal colpo dei razzi dei ribelli moderati sostenuti anche dall’Occidente e che hanno imbarazzato non poco il segretario di Stato americano John Kerry.

Non sappiamo chi sia la donna ritratta dalla foto diffusa da Sana e ripresada LaPresse. Sappiamo solo che si trovava nel reparto di neonatologia di Al Dbait, colpito dalle forze ribelli il 3 maggio scorso. Il numero dei morti non è ancora stato definito. Quattordici, si dice. Ma forse sono molti di più. Non ci stupiamo. È la guerra. La guerra che miete morti sia dall’una che dall’altra parte. La guerra che tutto annienta e che tutto riduce in polvere. La guerra che ammazza “l’ultimo pediatra di Aleppo” e le mamme che vivono nei quartieri lealisti.

Ci stupisce solo una cosa: che questa foto non la si vedrà sulle prime pagine dei giornali. Nessuno parlerà di questa donna: si trovava dal lato sbagliato della barricata. Si trovava ad Aleppo, sì: ma non dal lato dei ribelli. Si trovava nei quartieri ancora in mano al regime, ma forse di Bashar Al Assad non gliene fregava niente. Chi può dirlo. Non può più parlare. Si trovava nel lato sbagliato. Quello sgradito all’Occidente. E per questo i media non ve la faranno vedere.