Guerra /

Il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina continua ininterrottamente da febbraio. Un supporto su più livelli: negli anni passati politico e di addestramento, ora – dall’inizio dell’invasione – anche con la fornitura di armi e con l’operazione dell’intelligence. Aiuto concreto e completo che però la Casa Bianca e l’amministrazione Biden hanno spesso definito “non un assegno in bianco”. Su questo punto, gli osservatori hanno quasi sempre concordato sul fatto che il concetto espresso da Joe Biden e segretari sia chiaro: Washington vuole che ci sia un limite nell’impiego degli aiuti americani. Un modo per evitare di allargare il conflitto alla Russia con armi occidentali, ma anche per rassicurare l’opinione pubblica interna sul fatto che non ci sarà una nuova ”infinite war” sul modello tanto odiato dalla classe media americana.

Per evitare questi due problemi – niente affatto irrilevanti per il governo Usa – l’amministrazione democratica ha iniziato a lavorare su due diversi binari.

I due binari di Washington

Il primo è quello rappresentato dal mantenimento dei canali di dialogo con la Russia, specialmente a livello militare, come è stato confermato del resto anche sul caso specifico dell’incidente dei missili in Polonia cosi come dal vertice tra i due capi dei servizi segreti esterni in Turchia. A conferma di questo dialogo, l’ultimo incontro di queste ore a Istanbul “sulle questioni legate al lavoro delle ambasciate e a quelle che creano attriti nelle relazioni bilaterali”, annunciato dal viceministro degli Esteri russi, Serghei Ryabkov. Un meeting “a livello dei direttori dei dipartimento competenti dei rispettivi ministeri degli Esteri” – afferma Ria Novosti – che si tiene nuovamente in territorio turco.

C’è poi un secondo binario su cui si incardina la diplomazia Usa e che riguarda, invece, il rapporto con l’Ucraina. Da una parte mostrando completo ascolto sulle richieste belliche da parte degli strateghi ucraini, dall’altra parte facendo capire a Kiev che il compromesso è comunque una via da non escludere a priori, e che la guerra non va allargata né al territorio della Federazione Russa né tantomeno ad altri attori vicini. Washington vuole fermare i russi in Ucraina, ma non vuole estendere la portata della guerra rimanendo “in trappola”.

I timori dell’escalation

Gli ultimi raid ucraini sono segnali che – secondo molti analisti – non sono particolarmente piaciuti agli Stati Uniti proprio perché rischiano di avvicinare quello scenario temuto da Biden e dai vertici del Pentagono. Il fatto che lo stesso John Kirby abbia voluto ribadire pubblicamente l’autonomia di Kiev nei raid può essere interpretato come uno scarico di responsabilità utile a far capire che Washington sostiene, ma non apertamente, una controffensiva che va a colpire all’interno del ”cuore” russo. “Siamo stati coerenti sulle nostre preoccupazioni per una escalation”, ha detto il portavoce della Sicurezza nazionale Usa, “non li abbiamo incoraggiati a farlo”, riferendosi ai raid contro le basi in territorio russo. Citato dalla Cnn, Kirby ha continuato soffermandosi proprio su questo punto: “Il nostro obiettivo è stato, e rimane, assicurarci che abbiano le capacità di cui hanno bisogno, le risorse di cui hanno bisogno per difendersi” e “tutto ciò che stiamo fornendo è davvero progettato pensando a questo”.

Freni strategici e psicologici già palesati dallo stesso Biden ma anche dal generale Mark Malley e che servono a sottolineare quel senso di completa autonomia tra i due Paesi sia come soggetti diplomatici, sia come attori militari. Gli Usa non vogliono chiudere pubblicamente il dialogo con la Russia. Ma hanno soprattutto l’obiettivo di rassicurare opinione pubblica e alleati sul fatto che per loro – pubblicamente – il conflitto non deve estendersi né produrre conseguenze che Washington rischia di non potere controllare soprattutto dal punto di vista diplomatico.