Prudenza: è questa la virtù che ispira le parole ai limiti della diffidenza dell’Unione Europea e soprattutto del segretario di Stato americano Antony Blinken, di fronte alla prospettiva che i colloqui ucraino-russi in Turchia portino realmente alla pace.
“Trattiamo le negoziazioni di pace a Istanbul con una certa cautela. La priorità, in questo momento, è che si arrivi a un cessate il fuoco duraturo sul campo, rispettato dalla Russia. Poi si vedrà se tutte le richieste hanno senso dal punto di vista politico”, ha dichiarato un alto funzionario dell’Ue (anonimo) all’Ansa. Blinken ha espresso, sostanzialmente, lo stesso concetto, ma usando toni più duri, nel corso della conferenza stampa congiunta con il suo omologo marocchino Nasser Bourita: “Un conto è quello che dice la Russia e un conto quello che fa. Siamo concentrati su quest’ultimo aspetto”. Aggiunge anche una nota di pessimismo, ritenendo che la Russia non sembri “seria nei colloqui con l’Ucraina”.
Cosa c’è dietro allo scetticismo americano
Lo scetticismo di Blinken, più ancora che quello dell’Ue, si spiega soprattutto con l’incertezza delle informazioni che arrivano dal teatro di guerra. I russi si stanno veramente ritirando dai due fronti di Kiev, incluso quello rimasto fermo a Chernihiv? O si tratta solo di una pausa tecnica per preparare una nuova fase dell’offensiva? “Dobbiamo capire se la Russia sta cercando di prendere tempo per raggruppare le truppe, non lo sappiamo – spiegava ieri Blinken – Se Mosca crede che soggiogare il Donbass sia accettabile è in errore. Gli ucraini determineranno il loro destino”. La questione del Donbass sarà oggetto di un negoziato a parte. L’Ucraina non ha mai riconosciuto la sovranità russa sulla Crimea e non avallerebbe una dichiarazione di indipendenza del Donbass.
Concentrando le operazioni sul fronte più orientale del teatro di guerra, i russi mireranno dunque ad assumere pienamente il controllo di quella regione e a renderla totalmente imprendibile in caso di eventuali controffensive ucraine. Mentre hanno dimostrato molta più flessibilità sugli altri fronti, dove stanno arretrando: Mykolaiv (a Nordovest della Crimea), a Ovest di Kiev e a Chernihiv (a Nordest della capitale).
Gli Usa non potranno riconoscere a cuor leggero una spartizione dell’Ucraina. Neanche se i russi dovessero “accontentarsi” del Donbass e della Crimea. Non lo faranno, perché sanno che anche gli ucraini non lo accetterebbero mai, soprattutto dopo una guerra così sanguinosa, a prescindere dagli esiti dei colloqui a Istanbul e dalla volontà del presidente Zelensky. Bisogna poi capire se i russi intendano realmente ritirarsi dalle province che hanno occupato, anche al di fuori del Donbass. Secondo il sindaco di Kiev, l’ex campione di pugilato Vitaly Klitschko, i militari russi “hanno rapito il sindaco di Beryslav, Oleksandr Shapolvalov, e il sindaco di Holà, Prystan Oleksandr Babych”. Dall’inizio della guerra sono stati arrestati 11 sindaci e altri 8 rappresentanti comunali. Aveva fatto scalpore la cattura del primo cittadino di Melitopol, Ivan Fedorov, sostituito dalla consigliera filo-russa Galina Danilchenko, subito pronta a lanciare un appello ai cittadini che suonava come una resa senza condizioni alla forza d’invasione.
Se i russi occupano città e sostituiscono le loro amministrazioni, arrestano politici e attivisti locali, giornalisti e testimoni scomodi, lo fanno per restare, non per andarsene. E sono ancora ignote le dimensioni del trasferimento di ucraini in Russia. Fonti vicine al governo ucraino parlano di 6mila persone, da Mariupol, verso campi di transito nel Donbass. Tutti sarebbero stati privati dei loro documenti, dunque si tratterebbe più di una deportazione che non di un corridoio umanitario messo a disposizione dalle autorità russe. L’agenzia Interfax parla di un trasferimento complessivo di 384mila persone dall’Ucraina alla Russia. E se fosse il primo passo di una politica di “scambio etnico” come ai tempi di Stalin? È quel che temono gli ucraini, che non hanno mai dimenticato gli orrori del passato sovietico. Sono soprattutto questi i fatti che vanno verificati prima che l’Ucraina (e gli Usa a loro sostegno) possa accettare un accordo di pace.
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