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Chissà se la Russia si aspettava lo sgambetto degli “Stan”, ovvero di quei Paesi un tempo appartenenti al blocco dell’Unione Sovietica e, in seguito al crollo dell’Urss, rimasti suoi fedeli satelliti.

I riflettori sono puntati sull’Asia centrale, dove Kirghizistan, Kazakhstan, Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan hanno dimostrato, ognuno a suo modo, di sostenere l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, in barba ai vecchi legami con la Russia.

In generale, l’offensiva russa contro Kiev ha generato un terremoto che, a sua volta, ha rimescolato rapporti, relazioni ed equilibri globali. Paesi un tempo alleati della Federazione Russa per motivi economici si sono smarcati dal Cremlino, mentre altri governi hanno continuato a rapportarsi con Vladimir Putin come se niente fosse accaduto (pensiamo alla Cina e, in parte, anche all’India, soltanto per citare i principali).

Ma che dire dei cosiddetti Stan? Gli ex Stati sovietici sembrano avere le idee chiarissime, e questo nonostante Mosca abbia nei loro confronti una notevole influenza politica ed economica. Come ha sottolineato Repubblica, in un primo momento i suddetti Paesi erano riluttanti nel condannare le gesta di Mosca in terra ucraina. Ma, all’atto pratico, quando lo scorso marzo l’Assemblea generale dell’Onu ha messo ai voti le risoluzioni per condannare la missione della Russia, nessuno dei cinque Stan si è schierato a favore di Putin.



La posizione degli “Stan”

I cinque “Stan” o hanno votato per astenersi oppure non hanno proprio votato. Come se non bastasse, Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan hanno messo in discussione i comunicati di Mosca in merito ai colloqui bilaterali e finalizzati a suggerire un maggiore sostegno all’offensiva russa in Ucraina.

L’iniziale indifferenza degli ex satelliti dell’Urss si è via via trasformata in una apparente presa di distanze dalla Russia. Dushanbe e Ashgabat non hanno commentato i vari accaduti, mentre Bishkek, Tashkent e Nur-Sultan si sono addirittura allontanati dal Cremlino consentendo proteste civili contro la cosiddetta operazione militare speciale russa contro Kiev, inviando aiuti umanitari al governo guidato da Volodymyr Zelensky e difendendo l’integrità territoriale ucraina.

Ma non è finita qui, perché Kazakhstan e Kirghizistan, entrambi membri dell’Unione economica eurasiatica, si sono rifiutati di accettare il pagamento in rubli dei dazi doganali della Russia. Sempre il Kirghizistan, inoltre, ha minacciato di perseguire chiunque mostrasse la lettera Z, ovvero il simbolo della missione russa in Ucraina. Il motivo? Potrebbe diffondere “odio interetnico”.

Distanti da Mosca

Il caso del Kirghizistan è interessante e merita di essere approfondito. Bishkek, hanno spiegato dal Ministero degli Esteri nazionale, rispetta e aderisce le norme Onu e sostiene il principio dell’integrità territoriale; un messaggio emblematico che Mosca non può non capire.

Per quanto riguarda l’Uzbekistan, invece, il Paese ha avvertito i cittadini migranti in Russia: prestare servizio in un esercito straniero è un reato punibile con il carcere. Come se non bastasse, le autorità hanno ribadito il sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina.

Il Kazakhstan è andato addirittura oltre, visto che ha fatto presente di non voler riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate Repubbliche di Luhansk e Donetsk né l’annessione della russa della Crimea. Insomma, costatando l’imprevedibilità di Mosca, l’Asia centrale ha iniziato a prendere le distanze da un vicino che sta iniziando a diventare troppo ingombrante.

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