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Iraq, Afghanistan, Libia ma anche Serbia, Pakistan, Yemen, Somalia. Dei circa 400 interventi militari condotti dagli Stati Uniti dal 1776 ad oggi, la metà si è verificata tra il 1950 e il 2019 e oltre il 25% di essi risale al periodo successivo alla Guerra Fredda. È ciò che emerge da uno studio redatto da Sidita Kushi – docente di scienze politiche presso la Bridgewater State University e già direttrice della ricerca del Military Intervention Project (MIP) del Center for Strategic Studies – e Monica Duffy Toft – professoressa di politica internazionale e direttrice del Center for Strategic Studies presso la Fletcher School of Tufts University – e pubblicato sull’autorevole Journal of Conflict Resolution. Lo studio, dedicato all’ascesa dell’interventismo degli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda, è stato presentato il 6 settembre 2022 nel corso di un webinar promosso dal think-tank Quincy Institute for Responsible Statecraft, moderato dal politologo Trita Parsi. Ospite speciale il celebre studioso John J. Mearsheimer, Wendell Harrison Distinguished Service Professor presso l’Università di Chicago, dove insegna dal 1982.

Boom di interventi militari Usa dopo la fine della Guerra Fredda

Perché la frequenza degli interventi militari statunitensi è aumentata dopo aver “sconfitto” l’Unione Sovietica e la sicurezza americana era al suo apice durante il “momento unipolare?” È il quesito a cui hanno provato a rispondere gli ospiti del webinar organizzato dal think-tank americano. Innanzitutto, va chiarito cosa si intende per “intervento militare”. In tal senso, s’intende “il movimento di truppe o forze regolari (aviotrasportate, marittime, bombardamenti, ecc.) di un Paese all’interno di un altro, nel contesto di una qualche questione o disputa politica”. Per separare gli interventi di maggiore intensità da scaramucce minori, questa definizione “esclude i paramilitari, le milizie sostenute dal governo e altre forze di sicurezza che non fanno parte dell’esercito regolare”. Vengono presi in considerazione, dunque, “i casi in cui gli Stati Uniti hanno utilizzato le proprie forze armate all’estero in situazioni di conflitto militare o potenziale conflitto o per scopi diversi dai normali tempi di pace”. Non vengono conteggiate, per intenderci, “le operazioni segrete” e non ufficiali.

Alcuni studiosi, osservano Toft e Kushi, hanno spiegato tali crescenti tendenze interventiste come parte della nuova norma di “sovranità contingente”, che sfida esplicitamente il tradizionale principio di non intervento negli affari interni di altri stati. In particolare, spiegano, “per quanto riguarda gli Stati Uniti, una prospettiva è che il Paese si sia evoluto oltre la sua dottrina di contenimento della Guerra Fredda verso l’azione basata sull’intervento umanitario. In effetti, gli interventi militari in Bosnia, Kosovo, Libia e Somalia avevano tutti alcune giustificazioni umanitarie, ma questi interventi in genere non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi umanitari e di democratizzazione” osservano.

Gli obiettivi della politica estera Usa dopo la Caduta del Muro

Altri studiosi sostengono che gli interventi militari statunitensi “danneggiano i cittadini stranieri e riducono gli obiettivi di sicurezza degli Stati Uniti”. Invece di diffondere la democrazia, affermano, “questi interventi tendono a trasformare gli stati bersaglio in democrazie illiberali, nella migliore delle ipotesi”. Dallo studio emerge che, nell’era successiva alla Guerra Fredda, “gli Stati Uniti sono intervenuti per perseguire un minor numero di interessi nazionali vitali poiché le rivalità geopolitiche e le minacce vitali alla sicurezza interna erano svanite. L’era del dopo Guerra Fredda ha visto gli Stati Uniti esercitare la propria forza militare verso più missioni di democratizzazione, applicazione dei diritti umani, interventi umanitari e sostegno a interventi di terze parti nelle crisi interne interne in tutto il mondo”. Un dato significativo: contrariamente alle aspettative liberali, dal 2000 in poi gli Stati Uniti sono intervenuti nei paesi con livelli di democrazia più elevati, secondo i punteggi di Polity che vanno da +10 (piena democrazia) a -10 (piena autocrazia).

L’obiettivo di proteggere i cittadini statunitensi, i diplomatici, le ambasciate e le proprietà all’estero durante una crisi è stato l’obiettivo più frequente degli interventi statunitensi, seguito da vicino dalla protezione sociale e dagli obiettivi economici. La “protezione sociale” implica la protezione di una fazione socioetnica nel paese di destinazione, la protezione generale dei civili dalle violazioni dei diritti umani tramite un intervento umanitario, il ripristino dell’ordine sociale in una crisi o la repressione dei combattimenti tra gruppi armati. Tuttavia, nell’era del Secondo dopoguerra, la costruzione di un regime democratico all’estero è cresciuta tra i primi tre obiettivi degli interventi militari statunitensi. Inoltre, fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono intervenuti frequentemente in America Latina e in Europa, ma a partire dagli anni ’50 Washington ha concentrato la loro attenzione su Medio Oriente e Nord Africa (Mena). Negli anni ’90, il numero di interventi militari nell’area Mena è raddoppiato, e Washington ha diretto la sua attenzione anche sull’Africa subsahariana e sull’Asia meridionale.

L’intervento di Mearsheimer: “L’unipolarismo è finito”

Commentando lo studio redatto da Sidita Kushi e Monica Duffy Toft, John J. Mearsheimer ha sottolineato che quello di oggi è un “mondo multipolare” dove vi è una “grande competizione per la sicurezza”. La rivalità fra grandi potenze, ha notato il celebre studioso, è infatti “viva e vegeta, come vediamo a Taiwan e in Ucraina”. A differenza del periodo “unipolare”, caratterizzato, come ha dimostrato lo studio, da un marcato interventismo militare da parte degli Stati Uniti, “ora gli interventi diminuiranno. Ma c’è un problema: ora un singolo intervento significa un potenziale scontro con una grande potenza, e questa è tutta un’altra storia” rispetto al periodo che ha caratterizzato la fine della Guerra Fredda”.

“Ora gli Stati Uniti devono fare i conti con due grandi potenze rivali, e non solamente una, come ai tempi dell’Unione Sovietica. Sarebbe decisamente meglio stringere accordi con una delle due potenze, ma ora la possibilità di competere Cina e Russia è reale” ha spiegato Mearsheimer. Durante la Guerra Fredda, ha ricordato lo studioso, “c’è stato un grande dibattito su come contenere l’Unione Sovietica: esistevano due visioni diverse, una più aggressiva dell’altra. Ora la domanda che dobbiamo porci è quanto possiamo davvero essere aggressivi nel contenere la Cina? E la Russia? Siamo in una situazione pessima”.

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