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In un mondo sempre meno sicuro, dove i conflitti non sono più esclusivamente di tipo asimmetrico o convenzionale ma hanno assunto diverse sfaccettature che coprono i campi più disparati (dal dominio cibernetico a quello della propaganda passando per il soft power), i reparti di forze speciali , nati per eseguire azioni non convenzionali in uno scenario convenzionale, assumono paradossalmente sempre più importanza: i moderni concetti di guerra ibrida, che sono stati magistralmente messi in pratica dalla Russia nel putsch in Crimea, lo hanno dimostrato.

Nonostante questo contesto in Germania si è aperto un dibattito, molto serio, sull’opportunità o meno di sciogliere un reparto speciale delle Bundeswehr: il Ksk (Kommando Spezialkrafte) ovvero i commando dell’Esercito tedesco.

Il reparto di forze speciali, composto da circa mille uomini, si trova da anni al centro di uno scandalo per la presenza di estremisti di destra nei propri ranghi ed ora le massime autorità politiche e militari tedesche stanno pensando di riformarlo pesantemente o addirittura di scioglierlo. La questione è stata infatti discussa al Bundestag, come riferisce il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, ed il ministro della Difesa, Annegret Kramp-Karrenbauer, guida una commissione di inchiesta che dovrà decidere delle sorti non solo del Ksk ma anche dell’intero “sistema esercito”. Nel gruppo di lavoro sono presenti anche il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Eberhard Zorn, il sottosegretario alla Difesa Gerd Hoofe, il direttore generale per gli Affari legali, Andreas Conradi, il commissario del Bundestag per la Difesa, Eva Hoegl, il generale Alfons Mais capo di Stato maggiore dell’Esercito, e il generale Markus Kreitmayr, comandante del Ksk.

La questione, per i tedeschi, è molto seria: proprio il ministro Kramp-Karrenbauer si è detta “seriamente preoccupata” per l’infiltrazione di elementi delle destra radicale nell’Esercito e nel Kommando a seguito di un evento giudicato allarmante: lo scorso 13 maggio un sottufficiale del gruppo è stato arrestato perché deteneva nella sua abitazione armi, munizioni, esplosivi e “oggettistica nazionalsocialista”. Quanto accaduto risulta essere, secondo le autorità tedesche, solo uno dei tanti episodi riconducibili ad una matrice estremista: un ufficiale sempre del Ksk, spacciandosi per un richiedente asilo siriano, nel 2017 sembra che stesse pianificando un attentato in Germania con l’obiettivo di addossare la responsabilità dell’attacco agli immigrati musulmani, provocare una reazione xenofoba e sovvertire l’ordine pubblico. Attualmente l’ufficiale, congedato, è stato arrestato e in attesa di processo.

C’è però, nella storia del corpo speciale, un altro avvenimento che, più che confermare la tesi della presenza della destra radicale, illustra bene quanto in Germania sia presente ancora oggi un sentimento di colpevolezza assoluta per il proprio passato. Nel 2003, come ci ricorda Agenzia Nova, l’allora comandante del Ksk, il generale Reinhard Guenzel, era stato destituito e congedato dal ministro della Difesa, Peter Struck, per aver appoggiato un discorso di Martin Hohmann, deputato del Cdu al Bundestag, in cui “le azioni degli ebrei nella rivoluzione russa del 1917” venivano equiparate a quelle dei nazisti. In questo modo, Hohmann intendeva negare che i tedeschi fossero “un popolo di assassini” e pertanto dovessero abdicare al “peccato originale” e alla “colpa collettiva” per la seconda guerra mondiale e l’Olocausto.

Questo sentimento di colpevolezza collettiva è ancora così radicato e forte in Germania che le stesse Forze Armate, le Bundeswehr, vengono viste come un accessorio scomodo di cui si farebbe volentieri a meno, figuriamoci se si tratta di un corpo fortemente irregimentato ed elitario come le Forze Speciali del Ksk.

Il fatto che il dibattito in sede parlamentare consideri l’opzione di sciogliere il gruppo di commando è indicativo di quanto la politica tedesca, ma anche buona parte della stessa popolazione, intenda eliminare qualsiasi forma di pensiero o organizzazione troppo “militaresca” perché potrebbe diventare ricettacolo dell’estremismo di destra: un modus operandi che possiamo considerare folle perché animato dallo spettro di un passato col quale la Germania ha ormai fatto i conti.

Del resto non è un mistero che ai tedeschi di oggi manchi la vocazione alle arti della guerra che li ha per secoli contraddistinto: dopo la “riconversione” post Seconda guerra mondiale, l’esercito tedesco, oggi, sta considerando di estendere l’arruolamento agli stranieri e ai minorenni per tappare i buchi del fabbisogno dei propri effettivi. Oltre a questo, il livello generale delle Forze Armate viene ritenuto dallo stesso Stato Maggiore non sufficiente a garantire la sicurezza del Paese ad indicare ancora una volta come la Germania pensi che siano uno strumento scomodo.

Come indicato tempo fa da Hans-Peter Bartels, membro della commissione parlamentare della Difesa, l’efficienza delle Forze Armate negli ultimi anni, nonostante l’incremento dei fondi stanziati, è peggiorata. Si ricorda, ad esempio, il caso dei sommergibili, che per un lungo periodo, a cavallo tra il 2017 ed il 2018 sono stati tutti “fuori servizio”. I sei vascelli classe U-212, per mesi, sono rimasti fermi negli scali di Kiel per improrogabili lavori di manutenzione venendo così a mancare dalla disponibilità della Flotta.

Come non citare poi i numerosi incidenti occorsi alla flotta di superficie, il più delle volte dovuti sempre a mancanza di manutenzione e di adeguato addestramento degli uomini.

Anche i mezzi dell’Esercito non se la passano bene. La deriva decadente è infatti comune a tutte e tre le branche delle Forze Armate. Erano 95, infatti, i carri Leopard II rimasti in forza allo Heer, di cui efficienti solo una minima parte, a gennaio 2018, a fronte di uno schieramento stimato di circa 20mila carri armati da parte russa, per fare un esempio.

Nemmeno la Luftwaffe è efficiente: ad aprile del 2018 solo 38 Tornado su 89 e 25 velivoli da trasporto su 57 erano pronti al combattimento (combat ready come si dice in gergo).

Un disastro che si ripercuote sulla sicurezza del Paese ma anche della Nato, ed è proprio per questo che Berlino non intende affatto staccare il cordone ombelicale che la lega, militarmente, all’Alleanza Atlantica e a Washington. La recente decisione di Trump di ritirare 9500 militari dalla Germania (una buona parte dei quali finirà in Polonia) è stata vissuta con sgomento al Bundestag che vede nella Nato, ma soprattutto negli Stati Uniti, degli utili gendarmi per ovviare al “fastidio” di avere delle Forze Armate efficienti.

I rapporti diplomatici tra Germania e Stati Uniti si sono incrinati anche per questa attitudine tedesca (un po’ condivisa in Europa): il presidente americano ha più volte ribadito che i Paesi membri della Nato dovranno arrivare a spendere il 2% del Pil per la Difesa in modo da contribuire meglio alle esigenze della Nato (e a quelle americane comprese quelle dell’industria militare statunitense). La Germania, che grazie alla sua potenza economica diventerebbe uno dei massimi contributori delle spese dell’Alleanza, ha risposto lo scorso novembre, per voce del cancelliere Angela Merkel, che tale obiettivo sarà raggiunto non prima del 2031.

Forse proprio questo atteggiamento tedesco, unito alla effettiva necessità di spostare le truppe più a est, ovvero più vicine al fronte (la Russia), quindi in Polonia, dove vengono accolte a braccia aperte per tutta una serie di motivi tra cui la russofobia, è alla base della recente decisione della Casa Bianca.

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