Nel cuore della mattinata del 24 febbraio 2022, quando già da alcune ore i missili russi avevano iniziato a colpire il territorio ucraino, da Ankara è emersa una dichiarazione del presidente Erdogan: “Condanniamo l’aggressione a uno Stato sovrano”. Una frase non del tutto inaspettata, ma nemmeno così scontata: la Turchia, pur essendo un Paese Nato, non ha aderito alle sanzioni mosse contro Mosca e inoltre Erdogan e Putin hanno avviato dal 2016 un percorso di intensa collaborazione. Dal gas alla guerra in Siria e al dossier libico, i legami tra Turchia e Russia sono storicamente incentrati su temi comuni e avvertiti come importanti da entrambe le parti.
La condanna dell’azione russa però non ha scalfito i legami con Mosca. Al tempo stesso, Ankara ha sempre tenuto importanti rapporti anche con Kiev. Per cui, se un giorno la diplomazia dovesse tornare ad avere il sopravvento, la Turchia potrebbe essere la prima candidata a guidare la mediazione.
Il summit di Istanbul del marzo 2022
Un altro frame importante dei primi mesi del conflitto, è arrivato proprio dalla Turchia. In una sala di uno dei più antichi palazzi di Istanbul, Erdogan ha preso la parola da un podio parlando davanti ai suoi ospiti. Le persone in questione facevano parte di due delegazioni: russi da una parte e ucraini dall’altra. Si trattava del summit, organizzato dalla Turchia, per provare una mediazione tra le due parti. Era il 30 marzo 2022, in quelle ore i russi stavano abbandonando le proprie posizioni a nord di Kiev dopo che le forze di Mosca non erano riuscite a penetrare all’interno della capitale ucraina.
Ad oggi, quel summit è rimasto il tentativo più importante di accordo tra i due principali attori del conflitto. Con Erdogan che si è inevitabilmente preso la scena, ergendosi quale unico vero leader in grado di mediare. A quell’appuntamento il presidente turco è arrivato proprio grazie alla sua posizione espressa prima e dopo lo scoppio della guerra.
Perché russi e ucraini hanno accettato la mediazione di Erdogan
Nel febbraio del 2022, i rapporti tra Turchia e Russia erano ai massimi storici. Il punto di svolta delle relazioni è arrivato con il tentato golpe anti Erdogan del luglio 2016: il leader turco in quell’occasione ha rimarcato come i primi messaggi di solidarietà erano arrivati dal Cremlino, avviando un percorso di intenso avvicinamento con la Russia. Da allora i due governi hanno seguito assieme le vicende in Siria e in Libia: qui turchi e russi mediano costantemente per il mantenimento degli equilibri, appoggiando in entrambi i casi due fazioni avverse. In particolare, Mosca in Siria rappresenta la prima alleata del presidente Bashar Al Assad, mentre la Turchia sostiene la galassia di sigle islamiste dell’opposizione. In Libia invece, Ankara è prima alleata del governo di Tripoli, mentre la Russia sostiene il generale Khalifa Haftar.
Ma tra Putin ed Erdogan c’è un’altra questione destinata a legare i due governi, quella del gas. L’Europa non vuole più le materie prime provenienti dal sottosuolo russo, la Turchia al contrario non ha mai aderito alle sanzioni. Per Mosca, il mercato turco non rappresenta solo una valvola di sfogo, ma anche un vero e proprio hub. Dalla penisola anatolica passano tutte le interconnessioni con i gasdotti provenienti dal Mar Caspio e dal Mediterraneo orientale.
Al tempo stesso però, il presidente turco non ha mancato di condannare l’attacco contro l’Ucraina. Con Kiev che ha quindi visto in Ankara un’importante sponda di appoggio. Del resto, la Turchia negli anni precedenti ha tenuto posizioni gradite al governo ucraino come, tra tutte, il mancato riconoscimento dell’annessione della Crimea. Non solo, ma dal 2014 il Paese anatolico ha fornito agli ucraini decine di esemplari di Bayraktar. Ossia i droni che costituiscono il vanto dell’industria militare turca, importanti e decisivi soprattutto nelle prime fasi di guerra.
In poche parole, per entrambe le delegazioni andare a Istanbul e accreditare la Turchia quale unica mediatrice ha rappresentato un naturale sbocco politico. Quel round di colloqui non è però andato a buon fine. Ma ha comunque dato ad Ankara lo scettro di potenziale arbitro.
L’accordo sul grano
Nei giorni successivi il vertice di Istanbul, sono saltate le fuori le notizie relative alle fosse comuni scoperte a Bucha e in altre località a nord di Kiev da dove i russi si erano ritirati. Una circostanza che ha contribuito a interrompere i colloqui tra le parti, vanificando lo sforzo turco di una mediazione. Erdogan però ha continuato a lavorare per tenere aperti alcuni canali di comunicazione. Emblematica in tal senso la mediazione durante gli ultimi giorni della battaglia di Mariupol: tra l’aprile e il maggio del 2022, con la città affacciata sull’Azov oramai presa dai russi, decine di combattenti ucraini, appartenenti in gran parte al Battaglione Azov, sono rimasti per settimane trincerati all’interno dell’acciaieria Azovstal. Il lasciapassare per loro è arrivato anche grazie alla mediazione turca.
Ma l’attività diplomatica di maggior successo da parte di Erdogan è arrivata sulla questione relativa al grano. Il blocco delle esportazioni delle derrate alimentari ucraine causato dal conflitto, ha generato nel 2022 importanti problemi nella stessa Turchia e in molti Paesi in via di sviluppo dipendenti dal grano ucraino. Ankara ha quindi promosso la stipula di un accordo tra Mosca e Kiev, con il governo turco quale garante, per consentire ai container di tornare a lasciare il porto di Odessa. L’intesa è stata firmata nel luglio 2022, ma non è stata rinnovata nell’anno successivo.
I guadagni di Ankara da un’eventuale tregua
Erdogan nello scorso mese di settembre è tornato a vedere Putin. I due si sono incontrati a Sochi, luogo caro al presidente russo. Ad oggi, il leader turco è l’unico del club della Nato ad avere stabili interlocuzioni con il Cremlino, segno di come ad Ankara si creda ancora alla possibilità di una tregua e a un proprio ruolo primario per ottenerla.
Sono due i motivi per cui Erdogan punta molto su un accordo mediato dalla propria diplomazia. In primis, un cessate il fuoco darebbe alla Turchia un posizionamento di primo piano nella comunità internazionale. Un prestigio senza dubbio gradito dal leader turco. Ma c’è anche un fattore meno legato alla gloria e più vicino invece a obiettive esigenze pratiche. Per Erdogan la guerra è un fastidio: in una fase di inflazione molto alta nel suo Paese e di stagnazione economica, avere un conflitto dietro l’angolo è un problema non indifferente.
A questo occorre aggiungere la questione relativa al Mar Nero, importante per russi e ucraini e altrettanto per i turchi: se le acque che bagnano l’Anatolia dovessero rimanere agitate a lungo, Ankara potrebbe avere più guai che benefici. Non è quindi difficile pensare che, nel momento in cui dovesse riaprirsi anche un minimo spiraglio diplomatico, Erdogan proverebbe subito a imporsi quale arbitro più affidabile. Anche perché di altri attori non c’è traccia: la Nato è compatta contro Mosca e la Cina per adesso non ha voluto (o potuto) intromettersi più di tanto nelle dinamiche della guerra. Infine, l’altro grande potenziale mediatore, ossia Israele, è impegnato al momento nel conflitto contro Hamas.

