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Tra l’ottobre del 1918 e l’agosto del 1919 è esistito uno Stato dal nome di Repubblica dell’Ucraina Occidentale. Un nome che oggi appare molto attuale. Perché, comparando le mappe di allora con quelle delle principali operazioni russe di oggi, i territori grossomodo coincidono. In quella che fu per pochi mesi l’Ucraina Occidentale, con capitale Leopoli, in questi giorni non si combatte. Nelle regioni occidentali ucraine sono piovuti pure i missili, ma solo su specifici obiettivi militari. Non c’è alcun cenno di avanzata russa da queste parti. Possibile ipotizzare uno scenario futuro in cui l’attuale Ucraina cessa di esistere a favore di due Stati diversi? Potrebbe sorgere un Paese filo europeo a ovest e filorusso ad est?

L’avanza russa sulla costa

Da quando il 24 febbraio è iniziata l’operazione russa in Ucraina, i principali guadagni territoriali per Mosca sono arrivati dal fronte meridionale. Le truppe entrate dalla Crimea hanno velocemente occupato Nova Kachova, dirigendosi poi verso est in direzione di Melitopol e Mariupol. Sono riusciti poi a oltrepassare il Dnepr e a dirigersi verso ovest assediando Kherson, città conquistata il 3 marzo. In questo modo le forze russe hanno messo una seria ipoteca sul controllo delle coste ucraine. Le navi militari sul Mar Nero sono puntate su Odessa, lo sbarco anfibio tanto temuto non c’è stato (anche perché al momento sarebbe molto rischioso) ma ad ogni modo nessun mezzo al momento può salpare dalla costa ucraina. Tanto è vero che già si parla di paralisi alimentare, visto che solo dal porto di Odessa passa più della metà dell’export ucraino del grano, da cui molti Paesi nell’area euromediterranea dipendono per sfamarsi. L’avanzata russa è proseguita ad est verso Mariupol, principale porto sul Mar d’Azov nonché città più martoriata dal conflitto. Pochi giorni fa le navi russe hanno calato l’ancora nello strategico porto di Berdyansk, a circa 70 km da Mariupol. Preludio della battaglia finale per la conquista definitiva del più grande scalo sull’Azov.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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A Kherson sta subentrando qualche problema in più. Le difese ucraine si sono sì ritirate, ma non sfaldate. E il 16 marzo hanno attuato una timida ma importante controffensiva bombardando l’aeroporto di Kherson nel frattempo diventato base usata dai russi per i raid su Mykolaiv e Odessa. Kiev quindi sta resistendo e non potrebbe essere altrimenti. Forse la vera battaglia per la sopravvivenza dell’attuale entità statale ucraina passa da qui, prima ancora che dalla capitale. Il Paese sta rischiando di perdere per sempre i propri porti. Si punta quindi su una resistenza a oltranza a livello militare, così come su una resistenza dei cittadini nelle città già prese dai russi.

A Melitopol le manifestazioni antirusse sono all’ordine del giorno, così come a Kherson. L’insediamento in queste due località di giunte guidate da politici ucraini filorussi non sta sortendo alcun effetto ma, anzi, sta rischiando di acuire le tensioni tra militari e cittadini.

Il corridoio Lugansk – Crimea

Ad ogni modo, le truppe russe oramai sono riuscite ad avanzare lungo l’intera costa del Mar d’Azov, con Mariupol ancora difesa dagli ucraini (soprattutto dei nazionalisti del Battaglione Azov) ma con russi e filorussi di Donetsk prossimi alla definitiva conquista. Le ultime notizie parlano della caduta dell’aeroporto in mano a Mosca. Presa Mariupol, verrà creato di fatto un lungo corridoio russo tra la Crimea e l’oblast di Lugansk. Verranno cioè ricongiunti i territori già totalmente o parzialmente presi dalla Russia nel 2014. La Crimea infatti è stata del tutto annessa alla federazione il 18 marzo di quell’anno, mentre nell’aprile successivo sono nate le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk controllate da formazioni filorusse. L’avanzata lungo la costa del Mar d’Azov è servita quindi a unire le tessere di un mosaico iniziato a sviluppare otto anni fa.



Un mosaico che Mosca adesso vuole più ampio possibile. É bene ricordare che il 22 febbraio scorso, all’indomani del riconoscimento russo delle repubbliche di Donetsk e Lugansk (vero preambolo all’attuale guerra), il Cremlino ha specificato di riconoscere le due entità filorusse “nei territori previsti dalle costituzioni di questi due Stati”. Vale a dire comprendendo per intero gli oblast di Donetsk e Lugansk. Attualmente invece la linea di contatto fissata dagli accordi di Minsk del 2014 fa passare i confini tra ucraini e separatisti ben lontano dalle demarcazioni amministrative originarie dei due oblast. Dunque è lecito pensare che la Russia aiuterà i separatisti ad avanzare oltre la linea di contatto e a prendere l’intero Donbass.

Lo si è visto proprio a Mariupol, con i combattenti di Donetsk spinti dai russi verso la città portuale. Lo si sta vedendo anche a Lugansk. I separatisti locali hanno guadagnato terreno e stanno per ricongiungersi più a ovest con i russi dopo che questi ultimi hanno preso la strategica cittadina di Izum, a sud di Kharkiv. Un “grande Donbass” quindi, collegato a Mariupol e alla Crimea, è forse l’obiettivo (minimo) a portata di Mosca.

La nuova possibile linea rossa

In ogni suo discorso Putin ha parlato di “missione che sta raggiungendo i suoi obiettivi“. Non di guerra all’Ucraina (e chi lo afferma in Russia rischia il carcere), né tanto meno ha fatto riferimento a difficoltà militari. Che pure ci sono e iniziano a essere ammesse silenziosamente tra le mura rigide del Cremlino. Quando il presidente russo ha fatto però riferimento a obiettivi prossimi a essere raggiunti non ha dichiarato proprio il falso. Il grande corridoio Crimea-Lugansk era tra gli obiettivi della missione, pur se non tra i principali. Il vero grande progetto probabilmente era quello di un rovesciamento del governo a Kiev e di una guerra in grado di sfaldare in pochi giorni l’esercito ucraino.

Su questo Mosca oramai non sembra puntare più. Gli stessi comandi generali russi sono ben consapevoli dell’impossibilità di controllare per intero l’Ucraina e di far collassare con un colpo di mano l’attuale apparato statale. Daniele Ranieri su IlFoglio ha parlato di “piano B” di Putin. Ossia fissare una linea rossa lungo il fiume Dnepr e creare due Stati, uno a occidente in mano ucraina e filo occidentale, uno a est filorusso.

Ma anche questo piano potrebbe essere fallito. Kharkiv, principale città dell’est, non è caduta. Dnipro e Zaporizhzhia potrebbero resistere. E allora potrebbe essere più veritiero un “Piano C” coincidente con l’obiettivo minimo di privare l’Ucraina dei suoi porti e collegare le coste del Paese con il Donbass. Un obiettivo raggiungibile prendendo Odessa. A quel punto il Cremlino potrebbe ritenere chiusa la contesa. Perché avrebbe in mano tutti gli sbocchi sul Mar Nero e sul Mar d’Azov e tutte le aree considerate russofone prima del 2014.

Politicamente la Russia potrebbe quindi inscenare dei referendum in grado di creare nuove entità statali filorusse “cuscinetto”. Lasciando all’Ucraina solo l’attuale parte occidentale, con capitale Leopoli o Kiev (se quest’ultima non dovesse essere presa), senza porti e senza centrali nucleari visto che la più grande, quella di Zaporizhzhia, è già in mano russa. Inoltre il nuovo piccolo Stato ucraino si ritroverebbe con molte infrastrutture militari distrutte. Mosca avrebbe ottenuto sì un obiettivo minimo, ma importante politicamente: verrebbe creata una nuova linea rossa tra le sue zone di influenza e quelle della Nato.

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