Droni, incursioni, marce paventate, attentati. Da mesi, ormai, il conflitto guerreggiato si è spostato anche sul territorio russo. E non negli svirgoli di confine, nei corridoi terra di nessuno o nella contesa Crimea, bensì nella capitale Mosca ove i droni ucraini si sono spinti a danneggiare alcuni edifici della city moscovita. Uno stillicidio, ben differente dagli attacchi mirati e ripetuti in Crimea, che hanno come unico obiettivo quello di accrescere l’ansia della borghesia russa e, forse, la presa coscienza circa una scelta scellerata che sta decimando anche la gioventù della Federazione e dilapidando le casse dello Stato. “Gradualmente la guerra sta tornando nel territorio della Russia, nei suoi centri simbolici e nelle sue basi militari”, rivendica con orgoglio Volodymyr Zelensky in un tweet mentre il disco rotto di Mosca torna a minacciare l’uso delle armi nucleari qualora la controffensiva ucraina si trasformasse in “conquista”.

Putin a corto di opzioni

Al di là dei toni avvelenati e delle minacce paventate, a Vladimir Putin restano ormai poche opzioni. Gli obiettivi iniziali dell’operazione speciale – prendere l’Ucraina e “denazificarla“- sono entrambi falliti. Restano due grosse rivendicazioni, in Donbass come in Crimea, per le quali forse sarebbe bastato proseguire sine die gli strascichi del 2014. Perché è ormai assodato che, più di questo, Putin non riuscirà a ottenere anche proseguendo i raid sull’Ucraina all’infinito. Ma se il fallimento è chiaro, è la sconfitta che sembra atterrire lo zar: ora si trova di fronte un’Ucraina armata fino ai denti, ormai partner di Nato e Unione europea. Tutto il contrario della propagandata smilitarizzazione sulla quale ha fondato l’intera narrazione dell’aggressione. Continuare la guerra, ora, è funzione strumentale a rimandare il più possibile la resa dei conti interna, ovvero l’ammissione della sconfitta.

Una situazione complessa ove è difficile sperare che l’ingegno del Cremlino e delle sue teste possa ottenere di più: l’occupazione dell’Ucraina, infatti, poteva funzionare solo come guerra lampo. Lo stallo attuale è la prova che la presa del vicino è fallita, non ci sarà. Quando è, dunque, il momento per dire basta? Probabilmente questo. La guerra, di fatto, si è spostata anche sul territorio russo: per “controffensiva”, Kiev ormai intende palesemente anche questo. Presto, Putin si troverà a dover spiegare ai suoi cittadini perché non sono più al sicuro. Ma soprattutto fermare adesso l'”operazione speciale” potrebbe garantirgli dei vantaggi specifici.

Perché Putin dovrebbe fermarsi ora

Innanzitutto, assicurarsi il Donbass: fermarsi ora è comunque un’ammissione di sconfitta, ma consentirebbe l’agevole occupazione di quella che è una fetta considerevole del territorio ucraino, a proposito del quale potrebbe perfino incontrare una certa indulgenza occidentale. Ma fermarsi adesso significherebbe anche poter ancora passare come il salvatore delle Patria: un altro uomo al comando, supremo questa volta, che vuole evitare il bagno di sangue. C’è da aspettarsi infatti che né Mosca né San Pietroburgo, assieme alle loro élite cosmopolite, possano più dormire sogni tranquilli: fermare i combattimenti, o almeno indulgere in un cessate il fuoco, può ancora assicurare a Putin una via d’uscita da bonus pater familias. Anche se i reduci prima o poi rientreranno a casa, e forse una nuova resa dei conti avrà inizio: impossibile sarebbe, infatti, comprare il silenzio di tutti. Tra l’altro questa svolta sarebbe funzionale anche alla narrazione di una Kiev guerrafondaia e nazista: lo zar costretto a negoziare per un bene superiore: proteggere i suoi cittadini da i fratellastri assassini oltreconfine.

Vi è poi la questione della Crimea. Cedere adesso potrebbe contribuire ad allentare la pressione sulla penisola: se fino a qualche mese fa, infatti, Mosca poteva garantire un possesso e controllo di questo territorio assoluti, ora non può più assicurare un ritorno ai famosi “confini del 1991”. La Crimea è ormai bersaglio costante della controffensiva ucraina che, al di là del suo passo lento, fa da contraltare all’impossibilità russa di conquistare altro territorio. Nulla però vieta di pensare che cedere adesso al negoziato possa perfino portare a qualche insperato risultato residuo. I malumori, nel frattempo, si moltiplicano, così come i borborigmi interni al partito della guerra e alle gerarchie militari: il destino di Prigozhin ma anche di Popov o Surovikin ne sono espressione paradigmatica: di fronte a queste continue defezioni diviene sempre più chiaro che si sta perpetrando una guerra che non si può vincere o che si è già persa una guerra inutile fin dall’inizio.

Le due opzioni agli antipodi

In ultima analisi, “cedere” ora potrebbe riabilitare in parte Mosca, più che Putin, nel consesso internazionale. Nonostante le sanzioni e il sostegno senza se né ma all’Ucraina, i canali sotterranei non hanno mai dismesso i contatti tra Russia e Occidente: Putin sa bene di aver bisogno dell’Occidente, cosa che l’amico Xi Jinping ha accettato seraficamente da tempo, imbastendo un altro tipo di guerra che prende il nome di Via della Seta. Stante il sostegno a Kiev, anche manu militari, la controparte in causa non potrà non tenere conto di chi ha fatto il primo passo: questo potrebbe essere il primo step verso un allentamento delle sanzioni che potrebbe fare da contraltare allo sblocco del corridoio del grano.

In Russia Putin non potrà sopravvivere politicamente, e forse fisicamente, a una guerra persa. Una guerra non-vinta, assieme ad una ritirata tattica, potrebbero ancora salvarlo dall’imprevedibile. Agli antipodi, restano due soluzioni per restare doppiamente in piedi: arrendersi ora, ammantando la scelta di una sua narrazione salvifica, avallando il passaggio del testimone, ma garantendosi un ruolo cerimoniale; oppure, scegliere il conflitto a oltranza, trasformando la Russia da democratura a una sorta di stato-caserma alle prese con la guerra perpetua.

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