L’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione: a Parigi è andato in scena il summit destinato a mostrare il compatto sostegno all’Ucraina da parte dei Paesi europei, ma la sensazione dominante è di un pervasivo “già visto”.
Dal summit esce l’impegno dei trenta leader a continuare a sostenere Kiev e a implementare le sanzioni alla Russia e emerge anche una compatta convergenza a favore dell’obiettivo della pace a Est centrale nella proposta di negoziato tra Russia e Usa. Ma restano diversi dubbi circa l’estemporaneità delle decisioni e delle scelte fatte e, soprattutto, circa le modalità di riunioni che rappresentano cenacoli di leader senza struttura istituzionale. Emerge nuovamente la proposta franco-britannica: Parigi e Londra propongono lo schieramento di una “forza di rassicurazione” in Ucraina. Quando? Non appena sarà firmata la pace, negoziata ad oggi fuori dai perimetri dell’Unione Europea.
C’è un senso di “già visto”, dicevamo. Abbiamo già visto Emmanuel Macron e Keir Starmer ribadire l’indissolubile e incrollabile volontà dell’Europa di sostenere l’Ucraina fino a una “pace giusta” garantendo poi nella fase due lo schieramento di truppe. Questa volta destinato a esser presentato come volontario, come forza di “deterrenza” contro altre aggressioni russe. Così come abbiamo già visto un summit, quello di Londra del 2 marzo, convocato senza una struttura organizzativa chiara.
Le memorie dell’Iraq
Non si può fare in ambito Nato: gli Usa hanno scelto la strada del solipsismo. L’Unione Europea? Ci ha provato, ma su Kiev si è scottata per il veto di Viktor Orban e dell’Ungheria e per la necessità di pagare dazio a Robert Fico e la Slovacchia, ivi compresa la spinta a mettere nero su bianco il sostegno a ristabilire il passaggio di gas (russo) dall’Ucraina al Paese centroeuropeo. E per di più Londra ha scelto, come noto, altri lidi. Resta dunque l’opzione della “coalizione dei volenterosi”: termine peraltro infausto perché ricorda l’omonima cordata di Paesi messa assieme dagli Usa per la guerra in Iraq nel 2003.
Anche allora c’era un leader laburista nel Regno Unito, Tony Blair. Uno dei suoi fedelissimi dell’epoca, John Healey, oggi Segretario alla Difesa di Starmer, ha di recente detto che quanto dichiarato dal collega americano Pete Hegseth, che nelle chat su Signal rivelate dal The Atlantic definiva “parassitario” l’atteggiamento europeo sulla Difesa, “coglie il punto”. Macron dimentica che Jacques Chirac, suo predecessore, nel 2003 scelse di non essere “volenteroso”. La storia gli ha dato ragione.
Non si tratta di negare le logiche del sostegno all’Ucraina ma di mettere in luce la problematicità di decisioni estemporanee che indeboliscono, piuttosto che rafforzarle, le istituzioni multilaterali e le alleanze. Ci volle un decennio, fino al caso Crimea, perché la Nato si riprendesse dalla frattura imposta dall’Iraq. Oggi, una scelta estemporanea su politiche come lo schieramento di truppe in Ucraina, peraltro avversato da molti big europei (Italia, Spagna, Polonia e Germania), minaccia di fare altrettanto con l’Europa.
A nome di che istituzione parlano i volenterosi di Macron e Starmer? Come mai ci si ripromette di garantire una pace che stanno negoziando altri, pur sapendo che una fine del conflitto in Ucraina equivarrebbe oggigiorno ad accettare buona parte delle richieste russe contro cui è stato convocato il summit? Non ci si rende conto che la sommatoria di estemporaneità e rivalità di potere, unita alla continua retorica emergenziale, rischia di mostrare un’Europa senza centro e soggetta a influenze esterne? Il vertice di Parigi non spiega tutto ciò. Così come non lo spiegava quello di Londra e così come il piano ReArm Europe della Commissione Europea sembra essere la risposta di pancia all’ennesima emergenza più che una chiara rassicurazione sulle priorità di difesa del Vecchio Continente, di cui non si parla in termini strategici. L’Europa sta correndo a tutta velocità. Solo che non si sa in che direzione stia andando, se non in quella di illudere l’Ucraina di avere un’alternativa credibile al negoziato statunitense, ad oggi unica ipotesi di trattativa in campo.

