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La strategia dell’amministrazione Trump sul conflitto russo-ucraino inizia a delinearsi, fra l’apertura di colloqui con la Russia, richieste esplicite avanzate agli alleati e l’abbandono integrale della logica con cui le scelte di Biden hanno sostenuto Kiev per un costo complessivo stimato a più di 65 miliardi di dollari per le casse statunitensi. Un piano che assume tratti per lo più transitori, ma non per questo meno incisivi, dal momento che la promessa di Trump di far terminare la guerra in Ucraina “in meno di 24 ore” una volta eletto, sembra incontrare più ostacoli del previsto soprattutto nei negoziati intavolati con Mosca.

E per questo, mentre il piano di pace ideato da Trump potrebbe richiedere alcuni mesi prima della sua eventuale attuazione, gli Stati Uniti cercano in diversi modi una massimizzazione dei propri interessi, per lo più economico-militari, dall’attuale situazione conflittuale sul territorio ucraino. Già nell’era Biden il conflitto produceva un contraccolpo economico positivo per l’industria e l’economia statunitensi. A causa della forte attenuazione dei rapporti economici ed energetici degli Stati europei con la Russia infatti, gli Stati Uniti hanno potuto alzare la propria quota di esportazioni di Gnl verso l’Europa fino a coprire il 70% del suo fabbisogno e diventare così il primo esportatore di Gnl al mondo nel 2024. Allo stesso modo, come dimostrato da un’inchiesta del Wall Street Journal del febbraio 2024, il 64% degli stanziamenti economici messi in campo da Washington per la sicurezza dell’Ucraina tornavano successivamente nell’indotto industriale della difesa statunitense.

La politica del dare-avere

Il nuovo approccio di Trump ha però la priorità di sconfessare la gestione Biden della difesa di Kiev e, per farlo, la sua amministrazione ha già avanzato delle precise istanze agli alleati sull’onda di una dinamica politica di dare-avere. Rientra in questa nuova visione, ad esempio, la richiesta di accesso per le aziende statunitensi a “500 miliardi” di ricchezza sotto forma di terre rare e minerali dispersi sul suolo ucraino in cambio della continuità del sostegno militare, un’ipotesi che non è affatto disdegnata dal presidente ucraino Zelensky, che aveva già previsto un’apertura del genere verso il suo principale alleato quando alla Casa Bianca c’era ancora Joe Biden.

La Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 13 febbraio sarà l’occasione per un primo incontro fra i nuovi membri degli apparati di sicurezza statunitensi ed europei in cui gli Stati Uniti potrebbero “svelare” maggiori dettagli sul proprio piano di pace, diversi funzionari del governo Usa hanno avanzato una nuova strategia per rendere meno iniquo e squilibrato in sfavore di Washington il fardello del sostegno a Kiev: sostenere la difesa ucraina con armi statunitensi comprate dagli stati europei della Nato. Un’eventualità ancora non confermata ma nemmeno smentita da Keith Kellogg, inviato speciale Usa per l’Ucraina che sarà a Kiev il 20 febbraio, che ha affermato che nel piano di pace, ancora evidentemente non pronto, “tutto è ancora in gioco”, ma “gli Stati Uniti hanno sempre gradito vendere armi prodotte in America perché rafforzano la nostra economia”.

Il contrasto con la Ue

I tempi sono ancora poco maturi per trarre delle conclusioni attendibili sul futuro dell’Ucraina, ed è presumibile che nelle stanze del potere di Bruxelles e Washington si stiano svolgendo diversi colloqui di peso nel merito. Se le intenzioni statunitensi dovessero andare in porto però, sarebbe impossibile non constatare come una simile dinamica contraddica quanto avanzato a più riprese dalla presidente della Commissione europea Von der Leyen sull’obiettivo di istituire un’industria della difesa europea di “dimensioni continentali” in grado di rendere l’Unione più autonoma nelle future scelte strategiche.

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