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Guerra /

La Cina avrebbe effettuato un test ad agosto che per gli Stati Uniti (e prima ancora per il Financial Times) è la prova di lancio di un missile ipersonico. Pechino smentisce, parlando di “veicolo spaziale”. Il quotidiano britannico torna sull’indiscrezione specificando che le fonti parlano addirittura di due test di missili ipersonici. Indiscrezione che Joe Biden, a bordo dell’Air Force One, dice di prendere molto sul serio. Intanto gli Stati Uniti “rispondono” con altri test, ma l’ultimo lancio, quello avvenuto pochi giorni fa presso il Pacific Spaceport Complex di Kodiak, in Alaska, fallisce. Tutto questo mentre la Russia testa il lancio di un missile ipersonico da un sottomarino al largo del Mare di Barents.

Segnali inquietanti. Avvisi del fatto che la corsa alle armi ipersoniche rimane al centro dei pensieri delle grandi potenze. E non è un problema di poco conto, dal momento che queste armi possono effettivamente modificare gli equilibri di forza, come spiega Philippe de Boeck. Specialmente qualora si confermasse che la Cina, come dicono analisti e Pentagono, ha effettivamente testato per la prima volta un mezzo ipersonico orbitale in grado di colpire con precisione il territorio degli Stati Uniti con una testata nucleare.

Per gli Stati Uniti la questione sta diventando ogni giorno più seria. Qualcuno, come Federico Rampini, parla addirittura di “Sputnik moment”, un “momento Sputnik”: un episodio che, alla pari del lancio del vettore sovietico, potrebbe realmente rivoluzionare i rapporti di forza tra superpotenze e la stessa percezione del pericolo per l’opinione pubblica americana. Il Pentagono sembra essere ancora in vantaggio su alcuni elementi tecnologici e i test per armi ipersoniche vanno avanti da diversi anni. Tuttavia le cose sembrano iniziare a complicarsi. Prima la corsa tra superpotenze era a due con la Russia, la Cina appariva ancora distante e la Corea del Nord non destava particolari apprensioni per il territorio americano.

Il test di agosto – ancora presunto viste le smentite di Pechino – afferma, invece, per la prima volta, uno squarcio nel senso di sicurezza che connota gli Stati Uniti. La Repubblica popolare cinese dimostrerebbe infatti non solo di aver aumentato sensibilmente le propria capacità balistiche e tecnologiche in campo militare, ma dimostrerebbe in particolare di non avere intenzione di arrestare il proprio riarmo. Un processo che per Xi Jinping avrebbe anche un data, il 2050: anno in cui per il leader del Partito comunista il Paese raggiungerà le capacità per essere considerata una potenza militare di primo livello.

Per gli analisti Usa si tratta di un momento che può rovesciare alcuni concetti che hanno sempre contraddistinto la potenza cinese. Qualcuno sottolinea che il missile ipersonico orbitale sarebbe la conferma che non esiste più una Cina la cui deterrenza nucleare è minima e con una dottrina basata sul “No first use”, cioè il non usare per primo l’arma atomica in caso di guerra. Altri invece sottolineano che Washington ha da tempo avviato una riduzione delle proprie ambizioni nucleari, mentre Pechino dimostrerebbe di fare l’opposto. Ma il problema principale, spiegano gli osservatori, è che il test di un’arma ipersonica non solo cambia gli equilibri bellici, ma anche le possibilità di giocare con le stesse regole. La Difesa statunitense ha certamente la capacità di intercettare missili di qualsiasi tipo, ripetono da Washington, ma c’è chi sottolinea un dato non irrilevante nel concetto di deterrenza: con questo sistema e con le capacità tecnologiche raggiunte dall’Esercito popolare di liberazione, sarebbe ben difficile per il Pentagono minacciare una ritorsione prima che il missile arrivi al suo obiettivo. Dato che stravolge completamente il sistema della deterrenza nucleare. E in ogni caso, non sarebbe nemmeno certa di poter proteggere l’intero territorio, visto che un un’analisi del Center for Security Policy, think tank con base a Washington, sottolinea che “gli unici sistemi di difesa missilistica interna degli Stati Uniti sono 44 missili Ground Based Interceptor situati in California presso la base aeronautica di Vandenberg e in Alaska a Fort Greely”, e che questo sistema non ha mai mostrato di funzionare adeguatamente, al punto che se ne richiede una prossima sostituzione.

In attesa che ci siano conferme ufficiali dei test, insomma, quello che è certo che negli Stati Uniti il “momento Sputnik” è già arrivato. E tanti iniziano a chiedersi in che condizioni vi siano giunti gli Stati Uniti. L’allarme risuona non solo nei centri di ricerca, ma anche al Pentagono e alla Casa Bianca. E qualcuno si chiede se averlo saputo dal Financial Times dopo mesi sia il frutto di un insabbiamento per non nascondere le proprie lacune o un vero e proprio scoop che a questo punto lascia interdetta anche l’intelligence Usa.