Negli ultimi giorni un pdf di circa 60 pagine rilasciato del Pentagono ha gettato un po’ di scompiglio tra gli esperti di proliferazione nucleare e studiosi di armamenti atomici. Uno scompiglio dettato da vari fattori: dai contenuti, dagli autori citati, dal fatto che si tratta del primo documento del genere da 14 anni a questa parte, ma anche dal fatto che quel fascicolo è quasi subito scomparso dai siti del dipartimento della Difesa. La strana storia dietro questo rapporto si inserisce all’interno del ritorno alle armi atomiche che ha caratterizzato le scelte strategiche delle grandi potenze negli ultimi anni. Ma dice anche molto dei complessi giochi di potere che si stanno consumando nel dipartimento più importante degli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

Un manuale di istruzioni per la strategia nucleare

L’11 giugno lo Us joint chiefs of staff, il comando di stato maggiore congiunto delle forze armate americane, ha pubblicato un dossier dal titolo Nuclear operations. Stando alla prefazione si tratta di un documento che fornisce i principi fondamentali e le linee guida per pianificare, eseguire e valutare le operazioni nucleari. Già lo scorso anno l’amministrazione Trump aveva licenziato la nuova nuclear posture review in cui si evidenziavano le nuove esigenze del nucleare americano, i rischi dettati dalle altre potenze e le esigenze da soddisfare, in particolare con la produzione di testate a basso potenziale. Ma se quel documento rappresentata una carta d’intenti, quasi un manuale teorico, quello licenziato dal joint chiefs of staff simboleggia l’ipotetico libretto di istruzioni.

A far balzare sulla sedia gli esperti sono stati alcuni riferimenti ben precisi, dei punti che mostrano come nei prossimi anni la dottrina nucleare americana possa pericolosamente scivolare da una logica di deterrenza a una di attacco. Il passaggio forse più controverso si trova nel terzo capitolo. Il Pentagono pare essere convinto che usando armi nucleari si possano creare le condizioni per ottenere risultati decisivi ristabilendo una stabilità strategica

Questo passaggio è fondamentale per comprendere il cambio di paradigma. Al Pentagono ci sono ufficiali convinti che non solo sia possibile combattere una guerra nucleare, ma che soprattutto si tratti di un tipo di conflitto “vincibile”. “In modo specifico”, si legge ancora nel dossier,

l’uso di un’arma nucleare poterà cambiare la portata di una battaglia e creare le condizioni che influenzano come i comandanti possano prevalere in un conflitto

Qualche pagina più in basso gli autori chiamano in causa Sun Tzu e la sua Arte della guerra, in particolare nel passaggio in cui viene spiegato come una vera dottrina della guerra non preveda che il nemico non possa attaccare, ma che si debba fare affidamento sulle proprie difese e sulla propria capacità di rendersi invincibili. Qui si aggiunge, ancora una volta, che tra i vari aspetti della strategia nucleare c’è da considerare la capacità non solo di deterrenza ma anche quella di colpire, valutare e “tornare alla stabilità”, riferendosi ancora una volta alla possibilità di uscire vincitori da un conflitto di tale portata.

Una nuclear warfare per contesti regionali

A conferma che quanto scritto non sia solo un approccio teorico arrivano i paragrafi successivi in cui si elencano i fattori pratici da considerare in caso di attacco nucleare: l’eventuale intensità degli ordigni, la scelta dell’altezza alla quale far detonare la bomba, la considerazione del successivo fall-out dovuto all’esplosione, al tipo di arma scelto, se bomba a caduta, missile intercontinentale o testata lanciata da un sommergibile. Tutte istruzioni dettagliate per i “decision-maker”. Ma il rapporto va ben oltre. Analizza una serie di aspetti, come la sicurezza delle truppe o i sistemi di comando e controllo, in scenari post-atomici, cioè evidenzia cosa considerare per operare dopo il lancio di una testata.

Riconnettendosi alla nuclear posture review, gli autori mostrano di condividere il principio secondo il quale, pur nella sua complessità, l’arma nucleare sia quasi uguale a tutte le altre. Negli anni della Guerra Fredda il possibile conflitto termonucleare era visto come qualcosa su larga scala, con testate che partivano dai due blocchi. Ma nel dossier si scrive chiaramente che la nuclear warfare potrebbe avere una scala diversa, parlando addirittura di uso regionale.

A far sobbalzare gli esperti di non proliferazione delle armi è stata anche una delle citazioni che aprivano i capitoli, in particolare quella di Herman Kahn. Kahn è uno di quei personaggi singolari che si aggirano per i centri studi americani. Noto per essere un esperto di strategie militari e futurologo, ha lavorato per molti anni come analista per la Rand Corporation ed è un teorico della “guerra nucleare che si può vincere”. Tra gli anni ’70 e ’80 scrisse: “La mia ipotesi è che le armi nucleari possono essere usate qualche volta nei prossimi cento anni, ma è probabile che il loro uso sia molto piccolo e limitato che diffuso e non vincolato”. Per capire quanto la situazione sia inquietante dati pensare che Kahn ispirò il personaggio del dottor Stranamore dell’omonimo film di Stanley Kubrick.

Il giallo della pubblicazione

Il documento è stato reperibile solo per poco tempo, salvo poi scomparire senza particolari spiegazioni, il portavoce del joint chiefs of staff si è limintato a dire al Guardian che il documento è stato ritirato perché riservato e perché la consultazione è per esclusivo uso interno. Il fatto che questi leak compaiano e poi vengano rimossi mostrano una certa confusione all’interno del Pentagono. Il dipartimento si trova ancora senza una guida certa. Donald Trump ha ritirato la nomina di Patrick Shanahan, che aveva sostituito Jim Mattis e proposto il nome di Mark Esper, ma al momento non è ancora chiaro se e quando possa esserci l’eventuale conferma del Senato. Il tutto mentre le tensioni con l’Iran continuano ad aumentare e l’intero scenario nucleare globale mostra un certo fermento.

L’evoluzione dello scenario nucleare

Questa nuova dottrina atomica arriva nello stesso periodo in cui gli Usa di Donald Trump lavorano per riformulare il loro ruolo di potenza atomica. Lo scorso anno la Casa Bianca si è ritirata da due accordi nucleari, quello con l’Iran e soprattutto l’Inf firmato con la Russia nel 1987. Più di qualche falco nell’amministrazione, John Bolton in testa, vorrebbe anche smantellare il New Start, l’intesa Usa-Russia firmata nel 2010 in vigore fino al 2021 che pone dei limiti al numero delle testate che è possibile schierare. È anche vero però che nonostante l’intesa voluta dall’amministrazione Obama, sia Washington che Mosca hanno lavorato, e stanno tutt’ora lavorando, per portare avanti un vasto piano di riammodernamento degli arsenali, dalle testate ai sistemi di controllo e comando. Senza contare i rischi derivanti dai nuovi attori globali, in particolare la Cina.