Qualcuno al Pentagono inizia a credere che un completo ritiro delle truppe dalla Siria potrebbe mettere a rischio i suoi preziosi giacimenti petroliferi. Per questo alla Casa Bianca stanno valutando se è il caso mantenere una “forza residua” di soldati americani – forse 200 uomini delle forze speciali – attorno alle riserve di petrolio siriane che sono minacciate dall’Isis, ma anche dall’Iran. E che per molti strateghi Usa non devono tornare al legittimo proprietario: Damasco.

Questo sarebbe il secondo dietrofront messo al vaglio da Washington dopo l’annuncio frettoloso del commander-in-chief  Donald Trump che aveva chiamato in causa la sua primordiale intenzione di “porre fine” alle “stupide guerre senza fine” per giustificare la ritirata di tutti i suoi G.I. dalla Siria. Il primo ripensamento riguardava già l’intenzione di abbandonare la base strategica di Al-Tanf, lasciando aperto quello che l’intelligence israeliana ritiene possa diventare il corridoio terrestre dell’Iran per raggiungere le milizie sciite nel cuore del Medio Oriente.

A rendere noto questo “cruccio” del Pentagono è stato il nuovo segretario alla Difesa Mark Esper, come riporta il Washington Post. E proprio mentre un grosso convoglio militare americano terminava le operazioni di smobilitazione in quella fascia della Siria nord-orientale dove la Turchia vuole stabilire una “zona cuscinetto” ai danni della popolazione curda che lo liberò dalle bandiere nere dell’Isis. La ritirata si è consumata sotto gli insulti e una pioggia di verdure marce lanciate dalla popolazione civile contro i mezzi blindati sui quali sventolava la bandiera a stelle e strisce. Il segretario alla Difesa americano ha spiegato come lo scopo di questa forza residua sarebbe quello di “negare l’accesso, in particolare i proventi, all’Isis e tutti gli altri gruppi che potrebbero desiderare di ottenere tali proventi per consentire le loro malvagie attività”. La proposta avanzata dall’intelligence statunitense non sarebbe ancora stata presentata al commander-in-chief , sebbene il presidente abbia già accennato a questi piani alcuni giorni fa, scrivendo su Twitter che gli Stati Uniti avevano “assicurato il petrolio”. Senza fornire ulteriori dettagli.

Il Pentagono infatti è preoccupato dalla possibilità che lo Stato islamico, ma soprattutto il governo siriano di Bashar al Assad o addirittura l’Iran, possano trarre profitto da quel petrolio, e la proposta è quindi quella di continuare a proteggere questi preziosi giacimenti sul suolo siriano a tempo indeterminato. Contando su una forza di circa 200 uomini dell’esercito statunitense da riposizionare nella Siria orientale, Washington vuole dissuadere chiunque dal tentare di prendere il controllo su quei giacimenti. A questo distaccamento potrebbero sommarsi gli altri 200 soldati da lasciare nella base di Al-Tanf, nel sud-est del Paese, per controllare la cosiddetta “Area 55 km” e interdire il quel corridoio che potrebbe essere sfruttato da Teheran.

Attualmente l’accordo del cessate il fuoco raggiunto dagli Stati Uniti e dal governo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha costretto la Turchia a fermare le proprie operazioni militari in territorio siriano per cinque giorni. Bloccando l’operazione “Peace Spring” e consentendo ai combattenti curdi siriani di ritirarsi da una “zona sicura” nella Siria nord-orientale. La mediazione degli Stati Uniti – che si somma alle mosse del Cremlino come autorevole mediatore nella nuova crisi siriana – ha fatto recuperare a Washington un po’ di credito con l’alleato curdo, che perdendo con la ritirata degli americani la propria “garanzia sulla vita”, ha cercato di riorganizzarsi con l’Esercito governativo per respingere le divisioni turche. Questo spiega forse il perché della riconsiderazione della strategia americana in Medio Oriente. Le guerre sono “infinite” è vero, quando sebbene stupide, alla base vi rimane ancora qualcosa di “utile”.