La guerra in Ucraina ha radicalizzato percezioni e convinzioni delle società e delle classi dirigenti coinvolte direttamente nel conflitto. Fenomeno naturale, prevedibile e financo fisiologico, comune a tutte le guerre, al quale l’Ucraina non ha fatto eccezione.

Tutti, dai belligeranti ai cobelligeranti, hanno, seppure in modo differente e con tempistiche variabili, adottato una mentalità di guerra e arricchito il proprio bagaglio retorico di figure utili alla promozione domestica ed internazionale della loro causa. Desatanizzazione e denazificazione le parole d’ordine di Mosca. Difesa del Mondo libero per Washington e alleati. Scontro di civiltà per entrambi.

La radicalizzazione dell’opinione pubblica può risultare utile e appetibile agli occhi della classe dirigente, giacché trattasi di un catalizzatore dell’indispensabile nazionalizzazione delle masse in tempo di guerra. Ma elevato è il rischio del ritorno di fiamma. Il rischio di dar vita ad un circolo vizioso in grado di estremizzare in ugual misura decisori e spettatori, coi primi succubi delle voluttà dei secondi.

Denunciare i perigli insiti nella radicalizzazione trasversale del discorso politico, precorritrice della completa deumanizzazione dell’avversario, è doveroso. Perché l’esito di tale percorso potrebbe essere una guerra combattuta tra sordi (ai richiami della pace) senza meta (destinati al mutuo annichilimento). La guerra totale dietro l’angolo.

La guerra in Ucraina non si risolverà cercando di trasporre in realtà pensieri illusori come un cambio di regime, un intervento diretto dell’Alleanza Atlantica o “se necessario, la distruzione della Russia” – come qualcuno ha gridato dalla marcia della pace di Milano –, ma impedendo a odio e radicalismo di prendere il sopravvento su ragione e pragmatismo.

La guerra in Ucraina si risolverà imparando da successi e fallimenti del passato. La politica è l’arte del possibile e pensando a soluzioni realistiche e concrete per la guerra in Ucraina si constaterà che non esista via d’uscita diversa dal negoziato diretto tra Mosca e Kiev. Il che significa, per i Paesi in campo al fianco del Paese aggredito, il passaggio a un sostegno politico e diplomatico finalizzato a trasformare in trattative i risultati delle forze armate sul campo. Che questo sia lo scenario ottimale per l’Europa, in particolare, lo si diceva da tempo. La guerra in Ucraina è conflitto multi-dimensionale, guerra tradizionale tra Stati in cui Mosca nel XXI secolo persegue con metodi da XX secolo (l’invasione su larga scala) obiettivi da XIX secolo (l’espansione territoriale di stampo imperiale), ma anche guerra per procura tra Occidente e Russia avente nelle retrovie l’asse Usa-Regno Unito e in prima linea i militari ucraini e le economie europee.

La memoria è tutto

Popoli senza memoria sono condannati a ripetere ad infinitum gli errori del passato. Fino a quando, sbaglio dopo sbaglio, il futuro svanirà dai loro orizzonti. Questo è il motivo per cui la conoscenza del passato sarà oggi, domani e sempre, fonte di eterna salvezza.

Conoscere il passato non è mai stato fondamentale come oggi, epoca dei grandi remake geopolitici e del ritorno della Storia nelle relazioni internazionali, ed è la chiave per risolvere la guerra in Ucraina. E il passato suggerisce che siano in errore entrambi gli schieramenti: gli ultramontanisti del pacifismo che chiedono un negoziato accompagnato dallo stop all’invio di armi all’Ucraina – palesando la loro impreparazione in materia di guerre per procura – e i falchi che chiedono all’Alleanza Atlantica di intromettersi nello scontro, invocano un cambio di regime e auspicano la distruzione della Russia – dimenticando che i semi della Seconda guerra mondiale furono piantati a Versailles.

La decisione delle potenze vincitrici di imporre alla Germania un’ignominiosa pace cartaginese, attribuendole peraltro ingiustamente la colpa di aver innescato l’Inutile strage, fu la sorgente che abbeverò il nazismo. Fu ricercando la sottomissione totale del vinto che i vincitori, in luogo di una pace, siglarono inconsapevolmente un armistizio di creta.

L’utopia della distruzione della Russia

Nelle ultime settimane sulla stampa e nel mondo dell’analisi anglosassone la suggestione del “collasso” della Russia è tornata a far capolino. The Conversation ha scritto che “la sopravvivenza della Russia sulla scia della sconfitta in Ucraina non è del tutto assicurata” e che “la guerra ha esacerbato le crepe tra il centro politico russo privilegiato e la sua periferia etnicamente eterogenea”. Taras Kuzio dell’Università Nazionale di Kiev, ospitato dall’Atlantic Council, ha presagito un crollo della Russia come entità statuale a partire dalla sua perdita di influenza nell’estero vicino: “la Russia è nel bel mezzo di un altro collasso imperiale. I paesi che hanno trascorso gli ultimi tre decenni come parte dell’impero informale di Mosca si stanno ora allontanando dalla Russia e stanno prendendo il controllo dei propri destini”.

Questa concezione parte da un assunto altrettanto fallace dell’idea di una Russia travolta dalla sconfitta come ipotesi fattibile, se non addirittura auspicabile, e fonte del collasso di ogni idea di imperialismo eurasiatico centrato su Mosca, come se una storia che dura dai tempi di Ivan IV ed è giunta fino a Vladimir Putin potesse evaporare per una contingenza della storia.

La seconda strada: Russia fuori dal Consiglio di Sicurezza?

Distruzione della Russia a parte, voci, anche autorevoli – dal CEPA alla Commissione di Helsinki –, hanno auspicato e fatto lobbismo affinché venga espulsa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Severa punizione, teoricamente praticabile, che non farebbe altro che aggravare la guerra in Ucraina, esacerbare la competizione tra grandi potenze e rendere l’organizzazione internazionale più inefficace e impotente di quanto già non sia. Ritorno al passato. Ritorno alla Società delle Nazioni.

Sollecitare l’esclusione della Russia dal Consiglio di Sicurezza è tanto arbitrario, perché anche gli Stati Uniti hanno impunemente violato (più volte) lo Statuto delle Nazioni Unite – ad esempio con l’invasione dell’Iraq (basata su prove poi rivelatesi false) nel 2003 –, quanto controproducente, perché la storia insegna che le grandi guerre, regionali e mondiali, scoppiano anche e soprattutto per mancanza di sovrastrutture funzionanti di concerto, dialogo, intermediazione.

Privare un organismo tanto importante per la stabilità del sistema internazionale quale è il Consiglio di Sicurezza della Russia, potenza nucleare e risolutrice di crisi in diversi contesti, equivarrebbe a condannare le Nazioni Unite a seguire l’infelice destino della Società delle Nazioni. Utopico ma immobile ente che nulla poté per evitare lo scoppio della Seconda guerra mondiale perché falcidiato dalle assenze degli unici in grado di impedirla: Germania, Giappone e Stati Uniti.

La necessità di un nuovo Congresso di Vienna

Ogni illusione politica legata a tale prospettiva deve esser sgomberata, né deve diventare idea dominante in un contesto politico europeo che ha tutto da guadagnare dalla fine delle ostilità in tempi brevi e ragionevoli. E a riappropriarsi del proprio destino deve essere l’Europa.

Con la Russia e con Vladimir Putin è necessario parlare, dialogare e confrontarsi, in maniera ferma e decisa se necessario, e nessun pensiero illusorio circa la possibilità di accidenti storici capaci di trascinare in basso la Federazione potrà cancellare questa realtà.

Compito dell’Europa è favorire e creare le premesse perché il dialogo tra Russia e Ucraina avvenga e proceda spedito. Un negoziato diretto tra Russia e Stati Uniti taglierebbe fuori, marginalizzerebbe e cancellerebbe ogni prospettiva politica e strategica per il Vecchio Continente. La prospettiva di un nuovo Congresso di Vienna simil-1815, invece, potenzialmente operabile con il cappello dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE), aprirebbe alla prospettiva di rilanciare il Vecchio Continente in termini strategici: in primo luogo, aprendo alla garanzia politica e diplomatica europea sulla sovranità dell’Ucraina e a un ingresso ordinato di Kiev nell’Unione Europea; in secondo luogo, smarcando il Vecchio Continente dalla pressione angloamericana per un confronto sempre più muscolare; infine, anestetizzando l’aggressività russa garantendo la necessaria prevedibilità alle relazioni internazionali.

Non è per fascinazione nei confronti della Russia o del regime di Vladimir Putin che leader europei di peso come Silvio Berlusconi, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ieri e oggi, hanno cercato la costruzione di tale prevedibilità e di spazi di confronto e cooperazione tra Europa e Mosca. Non è per “putinismo” che anche Papa Francesco ha invitato le parti in conflitto a prendere in considerazione ogni prospettiva diplomatica per finire la guerra. Non è, infine, per tradimento verso la causa occidentale che anche un uomo tutto d’un pezzo e un veterano delle relazioni internazionali del calibro di Henry Kissinger sia intervenuto da tempo chiedendo la regolarizzazione dei rapporti con Mosca. Il quasi centenario Kissinger ha debuttato come grande studioso della storia diplomatica proprio con un’importante opera sul Congresso di Vienna che disegnò l’Europa post-napoleonica. Al Congresso di Vienna i nemici di ieri ridisegnarono le sorti dell’Europa del futuro e crearono un concerto continentale tale da sanare, a lungo, ogni spinta cataclismatica.

I Paesi dell’UE o, in caso di boicottaggio delle frange più fanaticamente antirusse (Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania), il gruppo di testa formato da Italia, Germania, Francia e Spagna con dovuti sostegni (come la Grecia, perno ortodosso dell’Europa del Sud) potrebbe trovare la strada del dialogo aprendo al confronto diretto tra Russia e Ucraina nel quadro di una grande conferenza internazionale di pace da svolgersi in sede europea, presidiata da Nazioni Unite e Ocse, aprendo a un nuovo Congresso di Vienna o, parafrasando Bergoglio, a un nuovo “spirito di Helsinki”. Il Vaticano sarebbe il garante numero uno di questo processo, a cui anche Stati Uniti, Cina e India potrebbero, volendo, imporre il proprio sigillo.

Serve immaginare scenari complessi per volere la pace e aprire a un negoziato capace di rompere il circolo vizioso delle illusioni russe, ucraine e occidentali sulla guerra, trovando la dimensione giusta tra compromessi e concessioni necessaria a porre fine a una guerra inclemente. Da cui, altrimenti, può emergere la rovina dell’Europa.