Parte l’offensiva finale di Israele nella Striscia. Katz: “Gaza sta bruciando”

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L’offensiva finale di Israele per occupare completamente Gaza City e la Striscia è partita nella notte tra lunedì e martedì secondo quanto riferisce il portale americano Axios. Dopo giorni di violento martellamento e una spinta all’evacuazione degli abitanti, nella notte da Gaza sono stati riportati pesanti bombardamenti nel quadro, spiega Axios, di ” un’operazione che rappresenta  un’escalation della guerra in corso da quasi due anni, che si prevede aumenterà il numero delle vittime e aggraverà la catastrofe umanitaria nell’enclave”.

L’Israel Defense Force era stata a lunga riluttante sull’idea di concretizzare l’operazione “Carri di Gedeone” per l’ingresso in forze nelle aree della Striscia ancora sotto il controllo di Hamas ma alla fine ha seguito le istruzioni del primo ministro Benjamin Netanyahu. Le premesse c’erano tutte: “Nelle ultime settimane, Israele ha condotto una campagna sistematica per radere al suolo ciò che resta di Gaza City, prendendo di mira grattacieli residenziali e scuole e  costringendo a un’evacuazione di massa dell’area”, riporta Al Jazeera.

Il “Times of Israel” riporta che il via libera all’attacco è arrivato con la visita del segretario di Stato americano Marco Rubio a Tel Aviv e Gerusalemme che avrebbe dato il semaforo verde di Washington all’operazione. Il ministro della Difesa di Netanyahu Israel Katz ha rilasciato un contraddittorio comunicato. Da un lato afferma che l’Idf sta “combattendo coraggiosamente per creare le condizioni per il rilascio degli ostaggi e la sconfitta di Hamas”. Dall’altro ha esaltato il fatto che “Gaza sta bruciando”, decisamente non la pubblicità migliore per un’operazione che vorrebbe riportare a casa gli ostaggi ancora detenuti da Hamas dopo che, peraltro, Tel Aviv ha cercato di eliminare i negoziatori del gruppo islamista a Doha solo una settimana fa.

Nei giorni scorsi, peraltro, era emersa la voce, poi non confermata, che Hamas vorrebbe utilizzare gli ostaggi superstiti come scudi umani contro i bombardamenti e l’invasione israeliana. Da un lato, questa mossa è stata commentata anche dal presidente Usa Donald Trump, che l’ha definita “un’atrocità come poche persone ne hanno viste prima”, dall’altro il gruppo islamista ha ribadito di definire queste dichiarazioni come frutto della “propaganda israeliana”.

A onore del vero, Netanyahu e i suoi alleati hanno mostrato da tempo di voler proseguire la guerra a prescindere dalla liberazione degli ostaggi, che ad oggi sembra più un obiettivo americano che israeliano. Non è una guerra per liberare gli ostaggi, ma una guerra per riportare i confini d’Israele a prima che la Striscia di Gaza divenisse territorio autonomo nella galassia palestinese.

Gli ostaggi avrebbero potuto essere liberati col cessate il fuoco concluso a gennaio e durato fino a marzo, ma non è stato interesse di Tel Aviv farlo. Resta la guerra come fine e avanza, ora, una campagna complessa in cui le difficoltà militari non saranno da sottovalutare per Israele e in cui l’esito di medio-lungo periodo non è da darsi scontato. L’ennesimo salto nel buio imposto da Netanyahu al Paese e alla regione.

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