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Guerra

Con l’attacco a Rafah Israele sceglie il proprio futuro

Il "piano Biden", ovvero la pace tra Israele e i regni sunniti in cambio della nascita dello Stato palestinese è l'unica soluzione possibile. Ma c'è un ostacolo: Netanyahu.

Sono tanti a osservare che l’attacco a Rafah, l’ultima ridotta dei palestinesi a Gaza, è pura follia. Tra questi Alon Pinkas, su Haaretz, che rilancia un mantra consolidato, che cioè esiste un’alternativa virtuosa a tale attacco, il cosiddetto piano Biden, che altro non è che il compimento degli Accordi di Abraham, che vedrebbero la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i regni sunniti guidati dall’Arabia Saudita in cambio della nascita dello Stato palestinese.

Rafah non è Stalingrado

Accordi mutati a motivo della guerra, dovendo ricomprendere anche un’exit strategy da questa, da cui la richiesta del ritiro delle truppe israeliane e il controllo delle nazioni arabe sulla Striscia in vista della genesi della Palestina.

Campagna di Rafah o pace, dunque; e, sul punto, Pinkas riferisce quanto ha scritto Thomas Friedman sul New York Times: “Questa è una delle scelte più fatali che Israele abbia mai dovuto fare. E ciò che trovo allo stesso tempo inquietante e deprimente è che non c’è nessun leader israeliano di rilievo nella coalizione di governo, nell’opposizione o nell’esercito che aiuti gli israeliani a capire quale sia la scelta – un paria globale o un partner del Medio Oriente – e spiegare perché dovrebbe scegliere la seconda” opzione.

Chiaramente, Pinkas condivide tale linea, ricordando che il blocco israelo-saudita che si andrebbe formando sarebbe contrapposto a quello iraniano. E sottolineando che l’ostacolo principale a tale sviluppo è il premier Netanyahu, con la sua avversione irrevocabile allo Stato palestinese – in linea con i suoi alleati ultraortodossi – e la sua ambizione a conservare il controllo della Striscia, in attesa di un allargamento del conflitto contro Hezbollah o l’Iran (Netanyahu vivrà politicamente finché ci sarà guerra…).

Di grande interesse quanto sottolinea Pinkas sulla campagna di Rafah: “Da quando la guerra si è trasformata in un logoramento inutile e senza scopo, Israele ha considerato l’invasione di Rafah come un immaginario punto di svolta, che porrebbe fine alla guerra in modo decisivo. Ma Rafah non è Stalingrado, né è la Battaglia delle Ardenne – certamente non da un punto di vista strategico”, anche perché nel frattempo Israele “sta meditando un’offensiva contro Hezbollah in Libano”.

Il piano Biden, annota Pinkas, “è l’unica soluzione possibile, a meno che Israele non voglia sprofondare volontariamente nei pantani di Gaza e del Libano“. E aggiunge: “Il succo del convincente argomentare di Friedman è questo: Israele deve fare una scelta cruciale: Rafah o Riad, il che significa un’invasione della città meridionale [riferimento a Rafah ndr], che non solo si tradurrebbe in una catastrofe umanitaria e in uccisioni” di massa davanti agli occhi di un ambito internazionale “impaziente e sempre più ostile, ma è anche dubbio che riuscirebbe a ‘eliminare Hamas’ o ad ottenere la ‘vittoria totale’, come dichiara in malafede e in maniera ostentata Netanyahu quasi ogni giorno. Ciò, peraltro, avverrebbe senza un piano ‘postbellico’ coerente, credibile e attuabile per governare Gaza – una cosa che Israele si è ben guardato di proporre dal 7 ottobre” in poi.

Il piano Biden e la distensione mediorientale precedente il 7 ottobre

Curioso notare come Netanyahu sia rimasto vittima dell’eterogenesi dei fini della geopolitica, dal momento che fu lui a costruire e lanciare gli Accordi di Abraham, grazie anche al suo uomo alla Casa Bianca, Jared Kushner, marito di Ivanka Trump (il Nyt del febbraio del 2017 ricordava gli stretti legami tra la famiglia Kushner e Netanyahu, tanto che, quando  negli anni ’90 quest’ultimo visitò New York, Jared fu costretto a dormire nel “seminterrato”, dato che la sua camera fu destinata all’ospite). Ironia della sorte, oggi gli accordi di Abraham vengono branditi contro di lui…

Al di là del particolare, peraltro secondario, l’articolo di Pinkas, meglio il cosiddetto piano Biden, cela una criticità di rilievo primario. Prima del 7 ottobre il Medio oriente aveva conosciuto un momentum distensivo molto importante, che aveva visto i Paesi della regione riavvicinarsi dopo le strenue conflittualità innescate dall’intervento americano in Iraq, che ha avuto come corollario l’infiammarsi del conflitto globale tra sciiti e sunniti.

Nei mesi antecedenti il 7 ottobre, l’Iran e l’Arabia Saudita avevano riallacciato i rapporti, la Siria era stata ricompresa nell’ecumene dei Paesi arabi e il conflitto yemenita – guerra per procura tra Riad e Teheran – era sul punto di chiudersi. Una pacificazione regionale attivamente osteggiata dagli Stati Uniti perché li marginalizzava.

Se si tiene conto di questo, si può notare come gli Usa abbiano colto l’occasione della guerra Israele – Hamas per rilanciare la propria influenza nella regione e l’annosa crociata anti-Iran.

Infatti, per i Paesi arabi sunniti urge chiudere il conflitto palestinese, dal momento che l’incendio rischia di propagarsi tra le masse arabe, incenerendoli. Gli Usa hanno strumentalizzato tale urgenza per rilanciare un piano di pace conforme ai propri interessi, di fatto sabotando altre possibilità più proficue di risoluzione del conflitto.

Ciò corre in parallelo con il sostegno massivo alla campagna militare di Israele, alleato indispensabile per controllare il Medio oriente. Tel Aviv ha ottenuto tutto quel che gli occorreva in armi e soldi. Tante armi che, come rivela il New York Times, sono state trasferite sottotraccia, senza nessun resoconto pubblico a parte quelli del “9 e 29 dicembre“. Ciò per evitare contraccolpi di immagine.

Intanto, il Wall Street Journal riferisce che le autorità palestinesi hanno dichiarato di “non poter più contare tutti i morti”. Le strutture sanitarie al collasso, i tanti corpi sepolti dalle macerie, il martellamento continuo … semplicemente non c’è più modo.

Tali crimini, al di là delle narrative obbligate o di parte, sono sotto gli occhi di tutti e, dopo tanto indugiare, il Tribunale penale internazionale è in procinto di spiccare un mandato di cattura per Netanyahu e altri alti funzionari israeliani, come anticipato dal Times. Ma, anche su questo, Israele conta sull’alleato americano che, sollecitato, si sta muovendo per frenare tale sviluppo. Da seguire.

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