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Guerra /

Benjamin Netanyahu usa il palco dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per scagliarsi contro l’Onu stessa mentre decine di delegati hanno lasciato le posizioni al Palazzo di Vetro di New York per non ascoltare il discorso del primo ministro israeliano. Il cui discorso incendiario ha attaccato duramente proprio l’istituzione di riferimento della diplomazia internazionale. Colpevole, a suo avviso, di aver più volte votato contro Israele nella guerra a Gaza e di aver rimbottato troppo spesso Tel Aviv.

L’Onu è definito una “palude di bile antisemita” da Netanyahu. Una palude da dragare, da prosciugare per far finire “la farsa” che quotidianamente vi andrebbe in scena. Netanyahu contesta il fatto che all’Onu Israele viene criticata per la sua condotta a Gaza, dove in un anno sono morte 41mila persona sotto le bombe di Tel Aviv: “Nessun esercito ha mai fatto quello che sta facendo Israele per ridurre al minimo le vittime civili: lanciamo volantini, inviamo messaggi di testo, facciamo milioni di telefonate per garantire che i civili palestinesi siano al sicuro”, ha affermato Bibi. Aggiungendo che a suo avviso Israele sta “vincendo” a Gaza e contro Hezbollah in Libano e lanciando all’Arabia Saudita l’offerta di rafforzare gli Accordi di Abramo contro l’Iran.

Netanyahu che attacca l’Onu non è una novità. Netanyahu che usa lo scranno dell’Assemblea Generale per sferrare il suo schiaffo al multilateralismo invece lo è eccome. A suo avviso l’organizzazione fomenta complotti contro Israele. Anzi, di più: è una “società terrapiattista anti-israeliana”. Il discorso appare fondamentalmente un manifesto ad uso interno e di consenso da parte di un leader sulla cui sopravvivenza politica nelle ultime ore era tornata a volteggiare più di una nube.

L’ultradestra che sostiene Netanyahu ha contestato l’idea del cessate il fuoco in Libano promosso da Usa e Francia. Netanyahu ha promesso a Joe Biden ed Emmanuel Macron di rifletterci e poi si è rimangiato la parola.

Per lui il sillogismo è chiaro: fine della conflittualità vuol dire fine del suo governo; fine del suo governo vuol dire stop alla riforma della giustizia che ha diviso Israele prima della guerra con Hamas; il naufragio della riforma aprirebbe a duri processi contro Netanyahu e, potenzialmente, alla sua incarcerazione.

Per fermare tutto questo Bibi-Faust ha venduto l’anima agli estremisti. E per consolidare consensi che hanno ripreso a marciare positivamente dopo i raid in Libano è disposto a fare carta straccia di ogni moderazione sul piano internazionale. Al punto da rilanciare in un modo tale che fa pensare al fatto che le trattative di pace su Gaza siano prossime al naufragio definitivo. Bibi chiede che Gaza sia “smilitarizzata e deradicalizzata”, senza sé e senza ma. Attacca la Corte Penale Internazionale che indaga sulla condotta sua e del governo; dichiara che Israele non si fermerà. Finché c’è guerra, c’è speranza. Perlomeno di evitare guai personali. E sul destino personale di un solo uomo rischia di schiantarsi la sicurezza di una regione intera.

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