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Il 5 maggio scorso, i russi hanno organizzato un importante concerto a Palmira, la città martire da poco liberata dall’occupazione dello Stato islamico.Il 27 marzo, grazie anche agli imponenti bombardamenti russi, Palmira è stata liberata. Nei mesi scorsi, gli uomini di Daesh hanno distrutto i templi di Bel e Bal Shamin e pure l’arco di trionfo. Come se ciò non fosse sufficiente, i jihadisti, prima di abbandonare le loro postazioni, hanno “trappolato” tutta la città: “18mila ordigni esplosivi disseminati su 825 ettari e 8.500 case”, secondo quanto riporta LaPresse.OLYCOM_20160506113430_18909745Da subito gli sminatori russi e siriani si sono messi al lavoro. Un lavoro certosino, dove ogni passo sbagliato avrebbe potuto provocare una tragedia.Palmira è diventata familiare all’Occidente non solo per lo scempio archeologico di cui è stata vittima, ma anche per la terribile esecuzione di 25 soldati siriani da parte di altrettanti ragazzini indottrinati dai jihadisti. Il potere delle immaginiFin da subito, Putin ha compreso l’importanza delle immagini. Prendiamo per esempio il suo arrivo, da primo ministro, in Daghestan nel lontano 1999. Putin entra nelle tende dei generali. La telecamera lo segue. Poi, il futuro capo del Cremlino, prende un bicchiere e dice: “Vorrei, secondo la tradizione russa, e la tradizione della sacra terra del Daghestan dove ci troviamo oggi, vorrei alzare il bicchiere e brindare in memoria di coloro che sono morti”.I generali e i politici al seguito di Putin cominciano ad alzarsi, ma vengono subito bloccati: “Un secondo, un seo-PUTIN-facebookcondo…”. “Vorrei bere a coloro che sono feriti e augurare felicità a tutti coloro che si trovano qui. Ma tutti abbiamo davanti molti problemi e molti compiti da svolgere. Lo sapete benissimo. Voi sapete quali sono i progetti del nemico e anche noi lo sappiamo. Sappiamo quali provocazioni aspettarci nel prossimo futuro, in quali zone. Non abbiamo il diritto di concederci neanche un secondo di debolezza. Neanche un secondo. Altrimenti coloro che sono morti, lo saranno invano. Ecco perché propongo di appoggiare sul tavolo il bicchiere. Noi berremo, berremo sicuramente. Ma berremo dopo: quando avremo assolto il nostro compito. Quindi vi propongo di mangiare qualcosa di corsa e andare a lavorare”. Una clip da meno di un minuto, ma che oggi, anche grazie ai social, lo ha reso celebre in tutto il mondo.Un altro esempio, più recente: il concerto organizzato a Palmira. Putin, in diretta video, ha detto che il concerto – “Pray for Palmyra” – è “un simbolo di gratitudine, memoria e speranza. Gratitudine – ha spiegato il leader del Cremlino – verso tutti coloro che lottano contro il terrorismo mettendo a repentaglio le proprie vite, memoria di tutte le vittime del terrore indipendentemente dal luogo e dal momento del crimine contro l’umanità, e naturalmente speranza non solo di rinascita di Palmira come patrimonio dell’umanità ma anche di liberazione della civiltà moderna da questo terribile morbo, il terrorismo internazionale”.

In questo Putin, che ha chiaramente della Russia un’idea imperiale, si rifà alla tradizione romana dove “non tutte le vittorie andavano celebrate allo stesso modo: non si trattava tanto di ricordare il singolo successo, quanto di illustrare il nesso organico tra la vittoria e la pietas, il regime politico e la felicità universale” (Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Bollati Boringhieri, Torino, 2015, p. 198). E, almeno nel caso di Palmira, Putin ce l’ha fatta. Per una volta, nessun media ha denigrato l’iniziativa dei russi. Anzi ha dovuto a malincuore elogiare il concerto diretto da Valeri Guerguiev.