In Asia troviamo una nutrita schiera di Paesi che, più o meno indirettamente, ha condannato l’azione di Israele in Iran scegliendo – per adesso a parole, poi si vedrà – di sostenere Teheran. Certo, i vari governi del continente hanno adottato metodi diplomatici e comunicativi diversi, muovendosi tra pragmatismo ed equilibrio, e spostandosi lungo traiettorie non sempre facilmente decifrabili.
Prendiamo la Cina: se Xi Jinping, preoccupato per “l’improvviso inasprimento delle tensioni causato dall’operazione militare israeliana contro l’Iran”, ha usato toni istituzionali per chiedere un rapido allentamento delle tensioni in Medio Oriente, spiegando che Pechino “si oppone a qualsiasi azione che violi la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale di altri Paesi”, il portavoce del ministero degli Esteri del Dragone è andato ben oltre.
Guo Jiakun, nello specifico, ha puntato il dito contro Donald Trump e accusato il presidente statunitense di gettare benzina sul fuoco nell’ambito della guerra tra Tel Aviv e Teheran. Insomma, la condanna cinese nel sostenere un membro dei Brics e della Shanghai Cooperation Organization, nonché un tassello della Belt and Road Initiative, è chiara. Altrettanto evidente è però la volontà del gigante asiatico: guai a farsi coinvolgere in questo conflitto che, molto probabilmente, distoglierà l’attenzione degli Usa da Taiwan, Mar Cinese Meridionale e penisola coreana.

Il Pakistan in prima linea
La Cina, come detto, non scenderà direttamente sul terreno di battaglia – a meno di clamorosi stravolgimenti di fronte – ma fornirà presumibilmente il suo contributo indiretto alla causa iraniana. Come? Utilizzando la propria influenza diplomatica, forse inviando materiale di prima necessità e poi istruendo a dovere alcuni partner regionali.
È il caso del Pakistan, il cui arsenale è ricco di armi cinesi – recentemente testate, anche con discreto successo, contro l’India – e pure di 100-170 testate nucleari. Mohsen Rezaei, generale di alto rango del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) e membro del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano, ha dichiarato in un’intervista alla televisione di Stato iraniana che il Pakistan avrebbe assicurato a Teheran che, qualora Israele dovesse utilizzare armi nucleari, Islamabad risponderebbe a sua volta con attacchi nucleari.
“Il Pakistan ci ha detto che se Israele userà missili nucleari, lo attaccheremo anche noi con armi nucleari”, ha dichiarato Rezaei. Dal canto suo il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha invitato le nazioni musulmane a unirsi contro Israele, avvertendo che l’aggressione di Tel Aviv a Teheran non prende di mira solo l’Iran, ma anche lo Yemen e la Palestina, e che una mancata unione renderebbe tutti i Paesi musulmani vulnerabili ad attacchi simili.

La posizione dell’Asia islamica e l’incognita nordcoreana
Il Sud-Est asiatico ospita due delle nazioni a maggioranza musulmana più popolose al mondo: l’Indonesia (la principale) e la Malesia. Entrambe hanno storicamente sostenuto la causa palestinese e assunto forti posizioni retoriche contro Israele, ed entrambe non riconoscono lo Stato ebraico.
Sia chiaro: è improbabile che le élite politiche dei due Paesi decidano di entrare militarmente in campo. Tuttavia, nel caso in cui l’Iran riuscisse a far passare il messaggio che la guerra contro Tel Aviv rappresenti un’aggressione israeliana contro i musulmani a livello globale, nella migliore delle ipotesi, l’opinione pubblica di Jakarta e Kuala Lumpur diventerà ancor più filo-iraniana di quanto non lo sia già adesso. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono anche Bangladesh e Sri Lanka, anche se il loro contributo geopolitico al dossier risulta estremamente ridotto.
Diverso il discorso riguardante la Corea del Nord che ha sicuramente preso appunti su quanto sta accadendo in Iran. Kim Jong Un, già esperto della materia, ha avuto l’ennesima conferma: se possiedi armi nucleari non verrai attaccato. Sui social sono apparse numerose indiscrezioni relative al presunto sostegno militare che Pyongyang avrebbe garantito a Teheran: al momento non risultano conferme. In ogni caso Kim, qualora dovesse essere interpellato, potrebbe spedire all’Iran un bel po’ di missili e armi come già fatto con la Russia.


