Pakistan e Afghanistan, una fragile tregua contro lo spettro degli “studenti coranici”

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Guerra /

I due Paesi confinanti hanno concordato una tregua di 48 ore a partire da mercoledì 15 ottobre, ore 18 di Islamabad. Ma mentre il governo pakistano conferma i due giorni pattuiti, Kabul ordina ai suoi di “rispettare la tregua a meno che non venga violata”.

Sudari bianchi avvolgono le vittime degli scontri di Spin Boldak, Kandahar, Afghanistan, 16 Ottobre 2025.

L’annuncio del cessate il fuoco è arrivato dopo che la ripresa dei combattimenti ha causato decine di morti e feriti in una remota zona di confine che si estende tra il distretto di Spin Boldak, nell’Afghanistan sudorientale, e il distretto di Chaman, in Pakistan, nella notte di martedì. Il Ministero degli Esteri Pakistano ha definito la situazione “complessa ma risolvibile”, aggiungendo:

“Durante questo periodo, entrambe le parti si impegneranno sinceramente per trovare una soluzione positiva a questa questione complessa ma risolvibile attraverso un dialogo costruttivo”

Che tra i due non corresse buon sangue, era già cosa nota. Gli scontri, i più massicci degli ultimi anni, iniziati domenica scorsa, si erano intensificati mercoledì mattina quando due esplosioni hanno sconvolto Kabul. Dalla capitale afghana, il personale dell’Ospedale di Emergency fa sapere di aver attivato il piano mass casualty: le esplosioni sarebbero infatti avvenute nel quartiere Taimani della capitale, a circa otto chilometri dall’Ospedale della Ong italiana. Secondo un primo bilancio, ci sarebbero 5 morti e almeno 40 feriti. Alessandro Pirisi, operation manager dell’ospedale, ha dichiarato “Non vedevamo un afflusso di pazienti simile, negli ospedali di Emergency qui in Afghanistan da almeno un anno. Sono numeri che ricordano il periodo di guerra precedente al 2021”

Niente di nuovo sul confine

Ospedale di Chaman, Pakistan: folla radunata di fronte alle bare delle vittime pakistane degli scontri.

Afghanistan e Pakistan condividono un confine di oltre 2.600 chilometri. La cosiddetta Durand line, territorio in cui si sono consumati gli scontri di questi giorni, è oggetto di dispute da oltre mezzo secolo. Da quando gli inglesi sancirono così la divisione della popolazione pashtun, nota perlopiù per essere l’etnia dei talebani afghani, ma di cui fanno parte anche i pashtun del Pakistan. Quel confine è uno dei principali motivi che avvelenano i rapporti tra i due Paesi, ma è anche il motivo di alcuni successi dei talebani afghani, negli anni Novanta e fino alla fine della guerra: la continuità etnica delle aree pashtun di confine spiega infatti l’influenza del Pakistan nel sostenere i talebani e la porosità di quel confine.

I due paesi si sono ripetutamente accusati a vicenda di aver illecitamente violato territorio altrui, causando numerose vittime civili. Prima che scattasse il cessate il fuoco, stando a quanto riporta la tv afghana Tolonews, il responsabile della sanità pubblica di Spin Boldak Karimullah Zubair Agha ha dichiarato: “Il numero di vittime civili è estremamente elevato. Gli attacchi aerei di ieri hanno ulteriormente aggravato il bilancio. Ora abbiamo un totale di 170 feriti e 40 morti”. Risulta tuttavia difficile stabilire l’affidabilità dei dati riportati, a causa dell’impossibilità per buona parte della stampa internazionale di verificare i numeri sul campo.

Noor Wali Meshud, l’uomo che minaccia Islamabad

Sugli scontri di questi giorni aleggia lo spettro di un leader militante che sarebbe responsabile, secondo il governo pakistano, di ripetuti attacchi terroristici vero il paese. Noor Wali Meshood, a capo del gruppo Tehreek‑e‑Taliban Pakistan, i talebani pakistani, è l’uomo che Islamabad accusa di intrattenere rapporti con l’Emirato afghano per destabilizzare il confine, nonché l’obiettivo del primo attacco, del quale non sono ancora chiari gli esiti. Mehsud fa parte di quegli “studenti coranici” formatisi nelle madrase conservatrici al confine dei due Paesi negli anni Novanta: entrato tra le fila dei talebani afghani in quel periodo, ha costruito la sua identità di militante all’interno del TTP dopo la morte del precedente leader Fazlullah, ucciso nel 2018 da un drone statunitense.

Con il ritiro americano del 2021, Mehsud avrebbe trovato terreno per riorganizzare il TTP, consolidando i canali transfrontalieri tra Afghanistan e Pakistan, e rifocalizzando le proprie operazioni contro le forze di sicurezza pakistane. Sebbene la sua morte non sia stata confermata, l’attacco degli scorsi giorni ha esposto le vulnerabilità logistiche del TTP in territorio afghano, mettendo in imbarazzo anche il governo talebano di Kabul, costretto a gestire il difficile equilibrio tra le proprie dichiarazioni ufficiali contro l’uso del suolo afghano per operazioni transfrontaliere e la presenza effettiva di gruppi armati nel paese.

Il futuro incerto della tregua

Gioverdì 16 ottobre, constatando la buona riuscita (per ora) del cessate il fuoco, Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato che Islamabad è pronta a tenere colloqui con l’Afghanistan per risolvere il conflitto. Ha però aggiunto che, se il cessate il fuoco dovesse rivelarsi solo un tentativo dell’Emirato afghano di prendere tempo, Il Pakistan non lo accceterà. “Se vogliono discutere alle nostre valide condizioni e vogliono risolvere la questione attraverso il dialogo, siamo pronti”, ha detto Sharif. “Questo messaggio è stato trasmesso loro ieri. Ora la palla è nel loro campo”. Nessuna dichiarazione invece dalla controparte afghana, che si è limitata a constatare la tenuta del cessate il fuoco. Resta l’incognita dei prossimi passi, soprattutto da parte di Kabul, le cui dichiarazioni di impegno per la pace sembrano più tiepide.