C’è una bomba a orologeria nel cuore dell’Asia. Il timer è stato attivato il giorno di Natale, il 25 dicembre, quando gli aerei militari del Pakistan hanno bombardato la provincia orientale di Paktika, in Afghanistan, uccidendo almeno 46 persone, la maggior parte delle quali, hanno spiegato fonti talebane, erano donne e bambini.
“L’Afghanistan considera questo atto brutale una palese violazione di tutti i principi internazionali e un evidente atto di aggressione. L’Emirato Islamico non lascerà questo atto codardo senza risposta”, ha tuonato Enayatullah Khowrazmi, portavoce del ministero afghano della Difesa. Ma per quale motivo l’esercito pakistano ha effettuato uno strike nel territorio controllato dai talebani?
Pare che gli attacchi aerei fossero rivolti contro una accampamento del gruppo militante islamico Tehrik-i-taliban Pakistan (TTP). Stiamo parlando, in realtà, di una coalizione di gruppi jihadisti attivi nelle zone tribali semiautonome nel Nord-Ovest del Pakistan, proprio nei pressi del confine con l’Afghanistan. Ricordiamo che TTP giura fedeltà e prende il nome dai talebani afghani, anche se non fa direttamente parte del gruppo che governa Kabul, e che il suo obiettivo dichiarato consiste nell’imporre la legge religiosa islamica in Pakistan, proprio come hanno fatto i talebani nel territorio afghano.

Cosa succede tra Pakistan e Afghanistan
I rapporti tra Afghanistan e Pakistan sono tesi. Islamabad ha denunciato molteplici attacchi del TTP avvenuti nel proprio territorio e lanciati dal suolo afghano. Dall’altro lato, i talebani hanno respinto ogni coinvolgimento con queste vicende, e hanno a loro volta accusato il Governo pakistano di aver effettuato blitz aerei oltre confine uccidendo civili. Il Pakistan definisce i suoi raid come “operazioni antiterrorismo basate sull’intelligence”. “Diversi punti oltre la linea ipotetica, che fungevano da centri e nascondigli per elementi maligni e i loro sostenitori che organizzavano e coordinavano gli attacchi in Afghanistan, sono stati presi di mira per rappresaglia dalla direzione sud-orientale del Paese”, ha invece affermato il ministero della Difesa di Kabul.
“Desideriamo avere buoni rapporti con loro (le autorità afghane), ma dovrebbero impedire al TTP di uccidere il nostro popolo innocente”, ha dichiarato il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Islamabad sperava di instaurare buoni rapporti con i talebani dopo la loro presa al potere nel 2021 e auspicava che gli attacchi dei TTP in Pakistan potessero finalmente essere messi sotto controllo. Non sarebbe tuttavia andata così. E con l’aumento della violenza i rapporti tra le parti si sono deteriorati.

Tensioni in crescita
E pensare che nel 2021 Imran Khan, all’epoca primo ministro del Pakistan, aveva paragonato il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan all’uscita di Kabul dalla schiavitù, mentre il ministro degli Interni pakistano, Rasheed Ahmed, era convinto che la regione avrebbe raggiunto una grande importanza globale.
Andando ancora indietro nel tempo, per quasi 20 anni i talebani afghani hanno combattuto una rivolta contro una coalizione guidata dagli Usa in Afghanistan. In quel periodo, i leader e i combattenti talebani erano soliti trovare rifugio all’interno del Pakistan attraverso le regioni confinanti con il loro Paese. Non solo: molti leader talebani e altrettanti combattenti si sono laureati in scuole religiose islamiche pakistane, tra cui la Darul Uloom Haqqania, e hanno sfruttato l’apporto di Islamabad per riorganizzarsi e avviare nuove rivolte.
Il problema, per il Pakistan, è che l’attuale leadership afghana incarnata dai talebani si sta dimostrando meno collaborativa di quanto le autorità pakistane avessero sperato. I talebani sono infatti desiderosi di trasformarsi da un gruppo di miliziani a veri e propri leader di governo, e ambiscono a stringere relazioni diplomatiche che vadano oltre la forte dipendenza dal Pakistan.
C’è poi il dossier che riguarda il confine conteso tra i due Paesi. La Linea Durand, un confine dell’era coloniale che divide le regioni e le comunità tra l’Afghanistan e quello che oggi è il Pakistan, non è mai stata formalmente riconosciuta da nessuno stato afghano dopo la fondazione pakistana nel 1947.

Cosa c’entrano Usa e Cina
Con i talebani al potere, gruppi armati hanno iniziato a sferrare attacchi in questa zona altamente infiammabile provocando la reazione di Islamabad, in particolare nelle province di Khyber Pakhtunkhwa e del Balochistan. Qui, infatti, sono situati diversi progetti infrastrutturali e investimenti cinesi che le autorità pakistane intendono salvaguardare. Pechino, che mantiene buoni rapporti anche con i talebani, rischia di ritrovarsi stretta tra due fuochi e di vedere andare in fumo i propri denari.
Gli Stati Uniti, intanto, monitorano a distanza di sicurezza l’intera vicenda facendo leva sull’India (acerrima nemica del Pakistan, oltre che rivale della Cina), nella speranza di destabilizzare un’area fondamentale per gli interessi diplomatici e commerciali del Dragone. Nel caso in cui le tensioni dovessero trasformarsi in una guerriglia aperta e costante, la Cina rischia di salutare il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CECP), un maxi piano costato al governo di Xi Jinping svariate decine di miliardi di dollari, tra autostrade, centrali energetiche, ferrovie e porti.
Il gigante asiatico intende creare un collegamento tra la città cinese di Kashgar, nello Xinjiang, e quella pakistana di Gwadar, un porto che si affaccia sul Mar Arabico. Connettendosi fin qui, il governo cinese riuscirebbe, in un colpo solo, a ottenere, seppur indirettamente, uno sbocco marittimo e avere un’alternativa allo Stretto di Malacca. Ma se i gruppi jihadisti afghani dovessero continuare ad esacerbare le tensioni, per Pechino sarà durissima riuscire nell’impresa.


