Il Pakistan ha alzato l’asticella degli attacchi all’Afghanistan guidato dai Talebani e si trova ora in “guerra aperta” con il Paese limitrofo. Parola di Khawaja Asif, ministro della Difesa del governo di Shehbaz Sharif, che a pochi mesi dal breve conflitto di ottobre ha nuovamente aperto le ostilità con Kabul.
A oltre quattro anni e mezzo dalla presa di potere dei Talebani stessi, sostenuti dall’Inter-Service Intelligence (Isi), il servizio segreto pakistano, il lungo deterioramento delle relazioni tra gli Stati centroasiatici si è definitivamente consumato dopo i raid di sabato notte da parte di Islamabad in risposta agli attentati del gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp), che mantiene santuari in Afghanistan.
Gli attacchi dei caccia JF-17 sull’Afghanistan si sono ripetuti a Kabul, con raid contro dei comandi di brigate e corpi d’armata dell’esercito afghano, centri logistici e depositi d’armi. Attaccata anche Kandahar, dove risiede la Guida Suprema dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, Hibatullah Akhundzada, mentre le fonti Osint parlano di mobilitazioni delle unità militari pakistane al confine sulla Linea Durand, definito negli Anni Dieci del secolo “il più pericoloso al mondo” e in cui nei mesi scorsi si sono registrati scontri che hanno causato almeno 70 morti.
In un certo senso, attaccando su larga scala l’Afghanistan il Pakistan ammette il fallimento strategico del suo progetto del 2021, quando pensava di poter utilizzare come cuscinetto un nuovo Afghanistan talebano e di eterodirigere gli Studenti Coranici tornati al potere e attenti a un importante viavai di ufficiali, diplomatici e politici dopo la presa del potere, nel Ferragosto di quell’anno.
La dottrina della profondità strategica si è scontrata con l’oggettiva abilità talebana di costruire una politica estera ben più accorta della precedente esperienza di governo, andata in scena dal 1996 al 2001, e sostanziatasi nella ricerca di partnership indipendenti con molti attori.
Tra questi c’è anche l’India, avversario strategico per eccellenza del Pakistan che con Nuova Delhi si è scontrato nel breve conflitto del Kashmir di maggio 2025. A ottobre il ministro degli Esteri afghano Amit Khan Muttaqi ha visitato l’India concretizzando la più importante missione diplomatica talebana a Nuova Delhi dal 2021 e aprendo la strada alla cooperazione infrastrutturale e diplomatica e alla possibilità di fare dell’Afghanistan una porta per il Paese del Subcontinente verso l’Asia profonda.
Asif nell’annunciare la guerra aperta lo ha detto chiaramente: “I Talebani” non solo “hanno radunato terroristi da tutto il mondo in Afghanistan e hanno iniziato a esportarlo”, ma a suo avviso “hanno trasformato l’Afghanistan in una colonia dell’India”.
Islamabad percepisce il timore dell’accerchiamento su due fronti da parte indiana e con l’offensiva contro Kabul vede il terzo conflitto in meno di un anno prendere forma, in una dinamica che può stravolgere l’Asia centrale e in un contesto che vede sia Kabul che Islamabad centrali per la connettività infrastrutturale, dalle Nuove Vie della Seta cinesi al China-Pakistan Economic Corridor (Cpec) promosso dalla Repubblica Popolare e da Islamabad. Scrive Geopolitical Monitor:
Le mutevoli dinamiche regionali stanno complicando ulteriormente le relazioni. Il ritiro degli Stati Uniti, la ricerca di legittimità da parte dei talebani e la rinascita dell’India hanno alterato significativamente gli equilibri di potere nella regione. Anche la questione irrisolta della Linea Durand è fonte di tensione, poiché il rifiuto dei talebani di accettare la Linea Durand alimenta il risentimento nazionalista.
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L’instabilità della Linea Durand rappresenta una minaccia per la
Belt and Road Initiative cinese , in particolare per il Cpec, che attraversa l’area vicino al confine afghano, con potenziali ripercussioni sulla turbolenta provincia dello Xinjiang.
Lo scenario è però anche critico per gli Stati Uniti, che si trovano di fronte a un aumento del caos regionale e dello scontro a distanza tra due Paesi ritenuti entrambi di valenza strategica, Pakistan e India. Tutto questo mentre Washington pondera ancora l’ipotesi di un intervento contro l’Iran per risolvere con la forza la questione nucleare qualora i negoziati in corso naufragassero. Il fatto che proprio Teheran si sia presentata come potenziale mediatrice tra Kabul e Islamabad complica ulteriormente la questione. E lascia pensare al fatto che al confine tra Asia Centrale e Grande Medio Oriente le linee di faglia geopolitiche possano produrre scosse telluriche inattese nei prossimi mesi. Con grandi ricadute per la stabilità internazionale di un sistema-mondo che ha proprio nell’Asia il cuore pulsante.

