Francia, 10 luglio 1940. Lungo tutta la costa occidentale della grande potenza appena piegatasi alle divisioni di Hitler, le squadriglie di bombardieri in picchiata “Stuka”, che sono già divenuti noti alle cronache durante la rivoluzione spagnola, e quelle dei nuovi e potenti bombardieri medi Heinkel 111, sono riunite davanti alle mappe di generose dimensioni che indicano gli obiettivi al di là della Manica. I piloti della Luftwaffe hanno un compito preciso: annientare la Royal Air Force, distruggere aerodromi, aeroplani, e privare a ciò che resta dell’esercito britannico, che ha appena battuto in ritirata da Dunkerque, ogni genere di copertura dal cielo. Una volta conquistata la “superiorità aerea”, i paracadutisti tedeschi pioveranno da cielo, e le divisioni corazzate mosse da voluminose chiatte attraverseranno quello stretto braccio di mare – salpando da Cherbourg, Le Havre, Calais e dalla stessa Dunkerque – per invadere l’isola d’Albione. Raggiungeranno Londra e costringeranno Churchill o il Re Giorgio alla resa. L’operazione pianificata dagli strateghi tedeschi prende il nome in codice di “Leone Marino”: uno sbarco in Normandia all’incontrario.

Dall’altra parte della Manica li attendono i “giovani dai capelli lunghi” con indosso l’uniforme della RAF, come li descriveva lo scrittore di guerra Richard Hope Hillary. I piloti da caccia britannici che in numero largamente inferiore, 1 ogni 3, non avevano avuto la meglio nella cosiddetta “guerra fasulla” di Francia, e sui loro caccia Hurricane e Spitfire si preparavano ad una difesa strenua e disperata. Ventitré squadroni per coprire 400 km di fronte nell’aria. Sarebbero diventati sempre meno. Sarebbero scesi alla proporzione di un pilota inglese contro cinque piloti tedeschi. Ad agosto sarebbero stati già “pochi”.

Gli inglesi, nonostante in minoranza, tengono un asso nella manica – per far un composto gioco di parole -, il “sistema d’intercettazione Downing”. Qualcosa che non era mai stato provato prima e poteva risolversi in un enorme fallimento, quanto in una rivoluzione completa della guerra aerea per il suo eventuale successo. Il “gioco”, se così vogliamo chiamarlo, era tutto basato sul funzionamento di una nuova complessa tecnologia: quella del “radar“. Grandi antenne che troneggiavano sulla costa, da Dover a Ventnor, dovevano captare il segnale degli stormi di bombardieri nemici – i “banditi” in gergo – diretti sulla costa e passare le coordinate al quartier generale che avrebbe a sua volta impartito l’ordine ai vari settori – quattro: 10°, 11°, 12° e 13° – i quali avrebbero ordinato immediatamente lo “scramble” (decollo immediato, ndr) alle squadriglie di caccia per intercettarli e abbatterli.

La battaglia dei cieli di protrarrà per due mesi. Ogni giorni il Feldmaresciallo Hermann Goering, il delfino preferito di Hitler, ordinerà ai suoi bombardieri di attaccare obiettivi militari e civili in tutta l’Inghilterra settentrionale. Ogni giorno i piloti da caccia inglesi del maresciallo dell’Aria Hugh Dowding correranno ai loro apparecchi per alzarsi in volo e difendere, ovunque e comunque il suolo patrio. Le squadriglie verranno decimante. Di 12 velivoli a volte né tornano la metà, a volte meno. Si arruolano piloti ovunque, anche dilettanti, piloti della domenica. Dodici ore di volo per addestramento, il tempo di prendere familiarità con i comandi di un aereo che non è da turismo; di imparare a far entrare un bersaglio veloce come un Bf-109 nemico nel collimatore, e di saper fare fuoco al momento giusto, per colpirlo e abbatterlo, magari con un tiro di deflessione. Ma non basta. Molti trovano la morte alla prima sortita. Altri invece, appena ventenni, diventano “assi” in appena una settimana, abbattendo cinque aerei nemici e alzando il morale di una nazione distrutta, che però offre da bere in tutto il regno quando incontra un ragazzo che porta le ali sul petto. Sono l’unica e ultima speranza dei civili, che vivono le notti di terrore nelle profondità della gallerie della metro di Londra per proteggersi dalle bombe. Uomini e donne che vede le proprie case distrutte, che sono costretti a separarsi dai propri bambini mandati in campagna, nel nord, per cercare di tenerli al sicuro, quanto più distante dalla guerra totale.

Mano a mano che la più grande battaglia dell’aria mai combattuta si protrae e si consuma, i 2.600 bombardieri e aerei da caccia in forza alla Luftwaffe tedesca diminuiscono, giorno dopo giorno, sotto le raffiche di appena 500 caccia inglesi. Un numero tutto sommato costante, data la possibilità di mantenere attiva la produzione nelle fabbriche che erano “fuori portata”; ma che fa sempre fatica a trovare piloti in grado di condurli in battaglia. Muoiono a dozzine ogni giorno. Molti di loro sono piloti venuti da ogni angolo del Commonwealth, canadesi, australiani, neozelandesi, sudafricani; altri sono scappati da paesi occupati, come la Francia, la Polonia, la Norvegia o quella che era la Cecoslovacchia; altri ancora sono partiti volontari dall’altra parte dell’oceano, dagli Stati Uniti ancora neutrali. Tra il mese di luglio e il mese di agosto di quell’estate di ottanta anni fa, 544 trovano la morte: abbattuti, affogati nella Manica, morti per colpa di un paracadute che non si apre o per un atterraggio di fortuna troppo “duro”; precipitati, dopo aver perso i sensi per una manovra troppo brusca, o per una bombola d’ossigeno che non funziona ed è indispensabile tra le “nuvole più alte” citate nella poesia di John Gillespie Magee, altro scrittore di guerra, pilota canadese.

“Mai nella storia dei conflitti umani, tanti hanno dovuto tanto a tanto pochi”, affermò il primo ministro britannico Winston Churchill dopo aver visitato uno dei tanti campi di volo che venivano allestiti dei prati dell’Inghilterra meridionale martoriata dalle bombe che nelle lunghe notti della calda estate del 1940 avevano bersagliato senza posa il cuore di Londra. Viene alla memoria il cartello di un barbiere di origini napoletane che, dopo l’ennesimo raid su Londra, scostate le maceria dinanzi la sua bottega, affisse il cartello: “Business as usual”. Lo raccontò Churchill a Montanelli.

Mai parole resero tanto chiaro l’epilogo di un conflitto che cambiò – più di ogni altro – le sorti della seconda guerra mondiale. E furono i ragazzi dai capelli lunghi, tra cui erano Hillary, o Gleed, o Deer, o l’asso senza gambe Douglas Bader, o tutti i piloti polacchi di quello che divenne noto come il “circo volante Skalski”; con le loro divise blu avio e i loro giubbotti salvagente “mae-west”; con la revolver negli stivali da volo, per “spararsi in testa se l’aereo prendeva fuoco con loro dentro”, e i foulard di seta legati al collo, per non irritarsi la pelle, a guadagnarsi la vittoria. Loro che sarebbero passati alla storia come i “Pochi”. Loro che inflissero tre le nuvole la prima scottante sconfitta alle armate di Hitler. Perché senza superiorità aerea non ci sarebbe potuta essere alcuna invasione dell’Inghilterra; che sopravvissuta d’Europa avrebbe continuato a combattere, trovando presto un alleato che sarebbe stato in grado di sostenerla. Quando il 15 settembre del 1940 al quartiere generale dell’aeronautica tedesca vengono registrate il numero delle perdite di una sola giornata, gli alti papaveri di Berlino capiscono che qualcosa non ha funzionato come doveva. Che è inutile proseguire. In un modo o nell’altro, i ragazzi dai lunghi capelli hanno avuto la meglio. La guerra continua, ma sotto un altro auspicio. Il resto è storia.

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