All’ombra di una guerra mediorientale sempre più estesa e in cui Israele ha di recente esteso al suolo dell’Iran operazioni militari che già coinvolgono pesantemente Palestina e Libano e in forma più mirata Siria e Yemen la diplomazia prova, faticosamente, a trovare la sua strada. Può sembrare contraddittorio, di fronte a un’escalation di violenze e al fatto che il Paese in questione sia coinvolto negli ultimi due anni in una guerra d’aggressione, ma oggigiorno è la Russia che, dopo che la mediazione a guida statunitense si è arenata, prova a cercare spiragli di dialogo. E lo fa partendo dal cuore della guerra mediorientale, ovvero Gaza, parlando contemporaneamente con il governo di Tel Aviv e con Hamas.
Nei giorni scorsi una delegazione russa di alto profilo ha visitato Israele. I diplomatici hanno discusso con Tel Aviv della situazione sul terreno e mediato tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e le autorità di Hamas, di recente private del leader Yahya Sinwar ucciso dalle forze israeliane, il rilascio di due ostaggi rapiti il 7 ottobre 2023 e in possesso della cittadinanza russa. “La notizia è stata resa nota dopo che il funzionario di Hamas Moussa Abu Marzouk aveva dichiarato all’agenzia di stampa statale RIA che i due, Alexander (Sasha) Trufanov e Maxim Herkin, saranno tra i primi ad essere rilasciati in caso di un eventuale rilascio degli ostaggi, ma solo nell’ambito di un accordo di cessate il fuoco e di uno scambio di ostaggi con prigionieri di sicurezza palestinesi”, ha commentato il Times of Israel.
Spiragli di mediazione, dunque, per un accordo che sembra ancora remoto e che Mosca sta provando a sviluppare partendo dalla percezione problematica della guerra mediorientale in Russia: un’ampia fetta della popolazione israeliana è di etnia russa e i legami tra i due Stati sono profondi. Arenata la mediazione di Usa, Egitto e Qatar, si apre un sentiero ad ora molto stretto ma che non può essere ignorato. A maggior ragione se la notizia della visita della delegazione russa in Israele si somma col parallelo viaggio, avvenuto la settimana passata, di una delegazione di Hamas a Mosca. Guidata proprio da Moussa Abu Marzouk.
73 anni, nato nel campo profughi di Rafah nel 1951, Marzouk, che si è formato negli Usa ottenendo un dottorato in Ingegneria Industriale alla Louisiana Tech University, è una figura storica di Hamas, tra i meno visibili ma più influenti esponenti dell’ala politica del gruppo. In passato è stato il primo presidente dell’Ufficio politico di Hamas dal 1992 al 1996 e vicepresidente dell’Ufficio politico di Hamas dal gennaio 1997 all’aprile 2013, dove è stato succeduto da Ismail Haniyeh. Risiedente a Doha, assieme a Khaled Mashaal è uno dei “grandi vecchi” del gruppo e ha guidato una missione che un funzionario di Hamas all’Afp ha dichiarato essere orientata a “cercare soluzioni per porre fine alla guerra”.
Si muove la Russia e, in questo contesto, la scelta del vertice dei Brics di dare alla difesa del riconoscimento del diritto ad esistere dello Stato di Palestina rafforza il solco diplomatico che, a capo, ha la Cina, che a luglio ha mediato l’accordo tra fazioni palestinesi con cui Hamas si è riconciliata con Fatah e le altre organizzazioni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, garantendo a quest’ultima la sovranità sull’Autorità Nazionale Palestinese membro osservatore delle Nazioni Unite. Di fronte a un “Sud Globale” che spinge sempre più per la fine della guerra di Gaza e al tentennamento occidentale, i Paesi del gruppo dei Brics iniziano un’ispezione diplomatica per capire i margini di manovra. Dove porterà questa mossa non è ancora dato saperlo. Ma ogni speranza di fine diplomatica del conflitto che da oltre un anno anima la Terrasanta va osservata con interesse.
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