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Il sonno della ragione genera mostri, e nella guerra in Medio Oriente la barbarie è stata sdoganata, nella retorica e non solo. Le agghiaccianti parole della Ministra israeliana per l’uguaglianza sociale e il progresso delle donne, May Golan, del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu, di recente pronunciate mostrano come lo sdoganamento della legge del taglione nel conflitto tra Tel Aviv e Hamas abbia superato ogni livello di guardia.

Hamas il 7 ottobre ha compiuto un efferato attacco terroristico a Israele, provocando 1.200 morti e mettendo in scena una violentissima serie di atti, dai rapimenti agli stupri. La Golan ha, parlando alla Knesset, il Parlamento israeliano, preso questi efferati crimini come giustificazione per rivendicare la rappresaglia: “Sono personalmente orgogliosa delle macerie di Gaza e che ogni bambino palestinese, anche tra 80 anni, saprà raccontare ai suoi nipoti cosa hanno fatto gli ebrei”, ha detto sottolineando la sua posizione iper-nazionalista nel corso del dibattito per l’espulsione, poi respinta, del deputato comunista Ofer Cassif. Quest’ultimo denunciava possibili crimini di guerra nella risposta ad Hamas da parte di Israele.

Le parole di May Golan sono rivelatrici di molte questioni. Innanzitutto, della deriva ultra-nazionalista del Likud, una delle formazioni che ha edificato negli anni Israele, appiattita all’inseguimento delle frange più radicali della sua coalizione, come Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir. In secondo luogo della preoccupante assenza di strategia del governo di Netanyahu. L’esaltazione delle macerie di Gaza da parte della ministra mostra che ormai Israele è giunta alla fase della ricerca di una vittoria a tutto campo attraverso lo sdoganamento di ogni mezzo, lecito o illecito che sia, nel confronto con le truppe palestinesi. E che i termini e le misure di questa vittoria stiano sempre di più consolidandosi nella direzione di uno spopolamento di Gaza, premessa dell’annessione come voluta dalla destra più radicale.

Basti vedere come è cambiata la retorica del governo di ultradestra israeliana. Inizialmente, si è ricordato su True-News, l’obiettivo era indicato “nell’eradicazione di Hamas, preferita alla creazione di un cuscinetto securitario o alla ricerca di una soluzione negoziata sugli ostaggi del 7 ottobre. Poi si è passati all’attacco di terra a Gaza City, con la creazione di un cuscinetto securitario per le operazioni dell’Idf. L’obiettivo della liberazione degli ostaggi va e viene. Nel frattempo la destra radicale israeliana inizia a far filtrare un masterplan per la ricostruzione di Gaza dopo la fine della guerra come propaggine della Grande Israele”.

Terzo punto, le parole della Golan ricordano che ormai si è passati apertamente dalla guerra a Hamas alla guerra a Gaza come città, come corpo sociale. Fabio Armao, preparato storico e politologo, ha nel suo saggio “Capitalismo di sangue” teorizzato l’idea dell’urbicidio, ovvero della sistemica demolizione della città intesa sia come luogo fisico che come “polis”, centro di cultura, società e aggregazione, come obiettivo sistemico delle guerre moderne. Lo si è visto nei conflitti balcanici degli Anni Novanta, quando l’assedio di Sarajevo fu sia un’operazione militare che una guerra esplicita degli iper-nazionalisti serbi all’idea di convivenza incarnata dalla piccola Gerusalemme dei Balcani. Una scena ripetuta lo scorso decennio nei brutali assedi che diedero una svolta ai conflitti mediorientali, a Aleppo come a Mosul e Raqqa. Se ne è avuto conferma a più riprese in Ucraina con i bombardamenti russi e l’assedio di città martiri come Mariupol, Bakhmut, Avdiivka. Lo si vede, infine, oggi a Gaza.

Dichiarandosi “fiera” delle macerie di Gaza la Golan non conferma solo la nomea di estremista che la precedeva (si era detta fiera di dichiararsi “razzista“) ma rischia di appiattire un Paese come Israele sulle posizioni della sua leadership iper-nazionalista, delegittimandone la causa. E allontanando ancora di più la soluzione del problema della guerra a Gaza. Ove l’urbicidio rischia di essere la premessa sistemica alla fuga della popolazione palestinese da un territorio reso per lei inabitabile. Il confronto tra la densità di popolazione di Gaza e l’intensità dei bombardamenti delle aree più colpite è indicativo dell’assenza di una strategia su cui i leader militari e d’intelligence da tempo si interrogano. La Golan, che guida un ministero per la tutela delle donne, sembra ignorare i destini di quelle donne e madri che assieme ai loro figli rappresentano una quota enorme delle 30mila vittime palestinesi.

Nelle settimane in cui alla Corte dell’Aja si inizia a parlare delle prospettive di definire come apartheid l’occupazione in Cisgiordania e delle conseguenze. Elevare la rappresaglia a fonte di vanto richiama periodi innominabili della storia europea da cui Israele dovrebbe, per la sua stessa genesi, prendere la distanza. Parla una giovane donna israeliana ma sembra di sentire Rodolfo Graziani a Debra Libanos o Herbert Kappler prima delle Fosse Ardeatine. Israele, con la sua grande tradizione di Paese democratico, civile e orientato allo sviluppo, merita di più dei pifferai magici che la stanno, in nome della rappresaglia contro la barbarie di Hamas, conducendo verso il disastro geopolitico e la crescente insicurezza. Il dramma umano di Gaza è chiaro, ma c’è anche un dato politico: scavare trincee di odio insuperabili rischia solo di rendere più problematica la futura convivenza regionale per tutti. A partire dalla stessa Tel Aviv, che rischia di essere la grande perdente di queste sparate.

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