Kabul, la capitale dell’Afghanistan, rischia di cadere presto in mano talebana. Questione di settimane, forse di tre mesi. Un tempo brevissimo se si pensa che l’intelligence statunitense aveva dato come arco temporale quello tra i sei e i 12 mesi.
Lo scenario appare sempre più drammatico ed è figlio delle recenti conquiste da parte dei talebani. Uno dopo l’altra stanno cadendo tutti capoluoghi di provincia del nord. Dopo Farah, è caduta anche Pul-i-Khumri e le fonti locali avvertono che i soldati afghani si stanno arrendendo anche nell’aeroporto di Kunduz. L’assedio prosegue senza sosta e adesso, con la caduta di queste città e il pericolo per Mazar-i-Sharif, si teme che le forze islamiste arrivino fino alla capitale.
“Tutto si sta muovendo nella direzione sbagliata“, ha detto una fonte vicina al dossier al Washington Post. E tutto questo significa soprattutto errori. Errori che tornano come incubi nella mente dei decisori americani, che pensavano, Joe Biden in testa, di ritirarsi dall’Afghanistan senza abbandonarlo al tragico destino dell’invasione talebana.
Le cose però sono andate diversamente. I segnali c’erano tutti ma sembra che gli Stati Uniti abbiano in qualche modo sperato che la situazione non fosse così disperata. Provano a frenare l’avanzata dei ribelli con i raid dei bombardieri e nella speranza che le forze locali addestrate in questi anni siano in grado di controbilanciare i nemici. Ma la conoscenza del territorio, i legami con molti villaggi e soprattutto l’addestramento di questi anni di guerra hanno rafforzato l’orda talebana fino a renderla di fatto una forza incontrollabile.
Da Washington provano a fare qualcosa. Si prova a trattare con i talebani ricordando che un loro governo non potrà essere riconosciuto come legittimo. Si cerca di limitare i danni nella speranza i raggiungere un accordo che per adesso sembra però avere una sola parte vincente: i ribelli. La Casa Bianca non può né vuole rinunciare al ritiro, e ormai le poche centinaia di militari rimasti in Afghanistan sono pronti a levare le tende entro la fine dell’anno. Non c’è modo di fare marcia indietro dopo la promessa della fine della “guerra infinita”. Ma è chiaro che l’avanzata di questo esercito ribelle ha cambiato le carte in tavola.
John Kirby, portavoce del Pentagono, ha confermato che i raid continueranno e che gli strateghi Usa sono “consapevoli del deterioramento delle condizioni di sicurezza in alcune parti del paese, ma nessun risultato particolare è inevitabile”. Il segretario stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, ha ribadito che anche il presidente Biden è convinto che non è inevitabile la conquista di Kabul da parte della talebana, ma che anzi proprio i ribelli saranno costretti a scendere a compromessi. Un’ipotesi che però parte dal presupposto che sia quasi necessario un sacrificio di uomini e donne e di tante parti del Paese.
Le domande sorgono spontanee. Potevano gli Stati Uniti comprendere che Kabul da sola non avrebbe retto all’avanzata di un esercito che per anni ha mostrato tutte le sue capacità di resistenza nonostante il chiaro divario tecnologico? Difficile credere che la Cina e i servizi militari Usa non fossero al corrente di una condizione sul campo ben diversa da quella pensata alla Casa Bianca o al Dipartimento di Stato. Forse si confidava troppo nelle forze locali, o forse nei Paesi limitrofi e nei partner coinvolti più o meno direttamente nella guerra.
Quello che è certo, però, è che ormai a Washington sanno che la strategia del ritiro è saltata. La caduta di Badakhshan e Baghlan nella parte nordorientale dell’Afghanistan e di Farah a ovest lasciano Kabul con sempre meno forze. Si prova a arruolare i signori della guerra – non ultimo il tentativo di Ghani a Mazar-i-Sharif – ma le fonti parlano di un 65 per cento dell’Afghanistan in mano agli insorti. Il governo, spiegano finti Ue a LaPresse, ha solo 65 distretti su 400. Più di duecento sono in mano talebana. Gli altri sono a rischio o senza padrone.
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