La Russia “annette” il Mar d’Azov: cosa può succedere in Crimea

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Con un comunicato sul portale di informazione legale della Federazione russa, Mosca ha annunciato che il presidente Vladimir Putin ha firmato la legge che archivia l’accordo con l’Ucraina in quanto “confinante” sul Mar d’Azov, definendolo un “mare interno” della Federazione, in seguito all’annessione delle regioni di Zaporizhzhya, Kherson e Donetsk. Una piccola ma potente “Svizzera” d’acqua nel quale transitano idrocarburi, grano, prodotti carboniferi e siderurgici made in Donbass.

Il Trattato sul mar d’Azov del 2003

Un disegno di legge presentato dallo stesso Putin, che aveva già ricevuto l’approvazione di entrambe le camere del Parlamento: un progetto resosi quasi “necessario” per via dei cambiamenti territoriali che hanno portato questo mare chiuso a finire circondato dalla sovranità della Federazione. Avendo, dunque, l’Ucraina perso il suo status di stato rivierasco legato ai corpi idrici del piccolo mare interno e dello stretto di Kerch, per Mosca è divenuto necessario dismettere il precedente Trattato che regolava quest’area del mondo. L’accordo precedente, ormai carta straccia, era stato firmato da Russia e Ucraina il 24 dicembre 2003 e ratificato dalla Russia nel 2004.

Come buona parte del diritto internazionale, il diritto delle acque è una materia complessa, costellata da decine di accordi e trattati, oltre che affetto da un’immensa zona grigia. Il precedente Trattato sul mar d’Azov e lo stretto di Kerch era stato sottoscritto dall’ex presidente ucraino Leonid Kuchma e da Vladimir Putin: si fondava su due principi di base, ovvero la necessità di questo bacino per lo sviluppo economico di entrambe le nazioni oltre che al riconoscimento di quest’ultimo come importante riserva naturale. Nonostante le minacciose brame di Mosca sulla Crimea fossero già allora un dato di fatto, il Trattato aveva sottolineato alcuni importanti punti di cooperazione: i due corpi idrici venivano riconosciuti come “interni” e “storici” rispetto alle due nazioni; il mar d’Azov sarebbe stato delimitato seguendo il confine di fra i due Stati e le questioni sorte tra i due Paesi circa il suo utilizzo sarebbero state affrontante attraverso dirimenti accordi fra le parti; ai mercantili e alle navi statali di altro tipo, battenti bandiera ucraina o russa, veniva concessa libera navigazione; ma soprattutto, tutto ciò che avrebbe riguardato la cooperazione russo-ucraina in fatto di condivisione delle acque avrebbe rimandato al diritto internazionale esistente e alla stipula di nuovi accordi.

Un Trattato-ricatto a danno di Kiev?

Poi, l’annessione della Crimea dieci anni dopo. A seguire, altri dieci anni dopo ancora, l’invasione dell’Ucraina. La disputa sui due “corpi idrici” risale a ben prima dell’era Putin, e nasce all’indomani del collasso dell’Unione Sovietica. Il Trattato venne firmato nel 2003 proprio in occasione di uno degli episodi che alzò la tensione dell’area, ovvero lo “strappo” dell’isola di Tuzla e dello stretto di Kerch all’Ucraina: l’isola, poco più che un cordone sabbioso, avrebbe fatto da terminal all’omonima diga, che a sua volta avrebbe avuto nella penisola di Taman’ (russa) il terminale opposto. La tensione era salita nel tardo dicembre del 2018, quando si verificò lo speronamento delle navi ucraine da parte della Russia, del quale l’urto fra imbarcazioni delle due nazioni nel 2003, attorno all’isola di Tuzla era stato solo un’anticipazione. Non bisogna dimenticare che il Trattato, sebbene prevedesse la coabitazione in questa via d’acqua, favoriva decisamente Mosca, oltre ad essere stato sottoscritto dall’Ucraina sotto la minaccia di subire la sottrazione coatta dello stretto, in un momento in cui si erano raffreddati decisamente i suoi rapporti con la Nato e i Paesi occidentali. Qualora la diga di Tuzla, infatti, fosse stata completata, il canale navigabile dello stretto sarebbe ricaduto interamente dalla parte russa (il cosiddetto Kerch-Yanakale).

L’interruzione dei lavori sull’isola di Tuzla e il ponte di Kerch

Questo aveva contribuito ad accrescere la presenza delle forze russe e ucraine nell’area, a tutela della propria sovranità. Ergo, il trattato, più che instaurare una cooperazione reale sul mar d’Azov, era stato una pistola puntata alla tempia di Kiev.

L’unico compromesso che Kuchma riuscì a strappare, dunque, fu l’interruzione dei lavori della diga di Tuzla e il mantenimento della sovranità ucraina sullo canale navigabile. Implicitamente ciò lasciò nella nebbia l’intera trattazione della materia, essendosi Kiev concentrata prevalentemente sulle garanzie per le navi commerciali (ucraine e non) da e verso i porti ucraini. La zona grigia che avrebbe dovuto essere disciplinata da accordi successivi, tuttavia, non vide alcun progresso e questo ha concesso alle navi da guerra russe di agire indisturbate nelle acque d’Azov, con un atteggiamento sempre più assertivo. E per quanto Mosca abbia fondato le proprie pretese sul Trattato del 2003, va comunque ricordato che le basi di quel Trattato risiedono nel riconoscimento della sovranità ucraina, prima, e nel trattato interstatale con Kiev del 1997: tutte premesse saltate con l’annessione della Crimea. La costruzione del ponte di Kerch fu poi il sigillo su queste pretese.

Se “cade” il mar d’Azov, cade la Crimea

La spinta della Russia su questo punto, negli ultimi giorni, non è affatto casuale. Nell’ambito della controffensiva ucraina in corso da più di una settimana, Kiev sta cercando di tagliare il ponte di terra tra il territorio russo e la Crimea e di aprire un’uscita verso il Mar d’Azov: mutatis mutandis, l’obiettivo di Mosca si gioca tutto sulla rivendicazione di questa sovranità, in grado di soffocare l’Ucraina. E quindi qui che si svolgerà la battaglia finale?

Il mar d’Azov è una delle ragioni di questo conflitto: per via dell’importanza dei suoi traffici e per l’accesso ai cosiddetti mari caldi, croce e delizia di Mosca, anelito secolare. Assicuratosi la Crimea, Putin ha infatti puntato a rafforzare l’arco rivierasco nord-occidentale del mare come hanno confermato le battaglie di Melitopol, Mariupol e Berdiansk. Del resto, la “conquista” con la forza del mar d’Azov è strumentale alla conservazione della Crimea e viceversa: nella costruzione della nuova sovranità russa i due elementi sono inscindibili: se cade uno, cade l’altro. Questo rende la sovranità su questo piccolo mare un punto difficilmente negoziabile qualora Putin dovesse accettare di trattare con Kiev: ne va di mezzo una delle ragioni esistenziali su cui ha fondato l’intera invasione dell’Ucraina.