Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che da quasi un anno cerca di conquistare Tripoli senza riuscirci, sarebbe in procinto di entrare nella città di Zuara, circa 100 chilometri a ovest di Tripoli. Il condizionale è d’obbligo perché in Libia la situazione è “molto fluida” – spiegano gli analisti militari – e le poche informazioni che trapelano rientrano spesso nella guerra di propaganda che si combatte a suon di “fake news”. Un fatto però è certo: chi controlla questa zona costiera mette le mani sul flusso di gas libico che arriva in Italia attraverso il Green Stream. Secondo quanto riferito dal sito web “Afrigate news“, organo d’informazione dei gheddafiani ora schierato con le forze della Cirenaica, le milizie di Haftar avrebbero già l’accordo con gli amministratori e con le milizie di Zuara per un ingresso “pacifico” nella città. L’intesa sarebbe stata raggiunta durante un incontro tenuto alla base aerea di Al Watiya, controllata dall’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna, il nome che il generale ha voluto dare alla sua coalizione di milizie, molte delle quali a maggioranza salafita) e situata a sud della capitale libica Tripoli. La stessa base, tuttavia, è stata recentemente attaccata dalle forze del Governo di accordo nazionale (Gna), il debole organo esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite, guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj e appoggiato (per la verità sempre più timidamente) dall’Italia. Secondo quanto risulta a InsideOver, le milizie di Haftar non sono ancora entrate in città che, per il momento, resta sotto il controllo dell’esecutivo tripolino.

Il coronavirus non ferma la guerra

La tregua umanitaria chiesta dalla Comunità internazionale per combattere il coronavirus è completamente naufragata dopo i bombardamenti indiscriminati, probabilmente ad opera del l’Esercito di Haftar, nella città vecchia di Tripoli. Alla protesta formale del ministero degli Esteri del governo di Tripoli ha fatto seguito un’operazione militare sardonicamente chiamata “Tempesta di Pace”, lanciata dallo stesso Gna contro gli uomini di Haftar. Il primo obiettivo è stata proprio la base area di Al Watiya, avamposto che consente all’Esercito di Haftar di colpire la capitale con droni forniti dagli Emirati Arabi Uniti. La supremazia aerea delle forze dell’Lna, infatti, è uno dei principali fattori che ha consentito agli uomini di Haftar di sostenere un assedio così a lungo e lontano da Bengasi, capoluogo della Cirenaica e sede del comando centrale dell’Esercito. A un primo attacco a sorpresa su Al Watiya, le milizie dell’Lna hanno risposto con una controffensiva lungo la costa che ha portato a consolidare la presa su Zuara (da tempo circondata) e a prendere la cittadina di Ras Jedir, al confine con la Tunisia. Non a caso le autorità di Tunisi hanno elevato il livello di allerta lungo le frontiere terrestri e il nuovo premier tunisino, Elyes Fakhfakh, ha presieduto un Consiglio dei ministri “ad hoc”, raccomandando di intensificare il coordinamento tra le diverse forze militari e di sicurezza dall’altra parte del confine. Più ad est, invece, Gna e Lna combattono per il controllo Abugrein, cittadina strategica per gli approvvigionamenti di Misurata, la potente città-Stato alleata di Tripoli (sede peraltro dell’ospedale da campo dell’Italia). Il cessate il fuoco quindi non solo non è entrato in vigore, ma anzi come spesso accade in questi è stato sfruttato per compiere attacchi a sorpresa e nuove conquiste.

La minaccia velata all’Italia

In un’intervista concessa ad Agenzia Nova, il portavoce dell’Lna in Tripolitania, Khaled al Mahjoub, ha dichiarato che le forze di Haftar “si impegnano a rispettare gli accordi e i trattati internazionali e non cambieranno lo status quo” in caso di ingresso nella città di Zuara. “Non vogliamo a cambiare la situazione e non intendiamo interferire in questioni economiche e politiche: il nostro obiettivo è combattere il terrorismo e proteggere il Paese e i suoi confini”, ha detto Al Mahjoub. Secondo il portavoce dell’Lna, gli uomini dell’Lna “assediano la città da tutte le parti e non ci sono gruppi armati all’interno, ma solo alcuni individui armati”. Al Mahjoub ha spiegato che “da ovest di Tripoli fino al confine tunisino è tutto sotto il controllo delle nostre forze dopo che quelle del Governo di accordo nazionale (Gna) sono fuggite”. Dichiarazioni che sembrano quantomeno esagerate, dal momento che la città di Zawiya (60 chilometri a ovest di Tripoli) è ancora saldamente in mano alle forze di Tripoli. E finché Zawiya resiste, Zuara non può cadere. Ma fino a quando, al momento, non è dato saperlo. Le dichiarazioni Al Mahjoub suonano più come una sorta di ricatto all’Italia che come una rassicurazione, come a voler dire: “Possiamo entrare quando vogliamo e staccarvi il gas, ma per ora non lo facciamo”. Eppure il comparto industriale della Libia, da tempo ormai in ginocchio e che rischia di essere completamente spazzato via dal virus Sars-Cov-2, dipende quasi interamente dall’Eni anche in Cirenaica. E a maggior ragione dopo il blocco dei terminal di esportazione del greggio, principale fonte di reddito della Banca centrale di Tripoli che poi ripartisce gli introiti con criteri contestati dalla Cirenaica, dopo la chiusura dei porti e del trasporto aereo per la Covid-19. La verità è che interrompere il flusso di gas verso l’Italia non conviene a nessuno: nemmeno ad Haftar.

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