Mike Huckabee è stato per decenni una delle voci più fedeli e zelanti del sionismo cristiano negli Stati Uniti. Ex governatore dell’Arkansas, pastore battista, conduttore televisivo e due volte candidato alla Casa Bianca, Huckabee ha definito Israele come “terra promessa” non solo in senso biblico, ma anche geopolitico. La sua nomina ad ambasciatore in Israele da parte di Donald Trump nel 2024 sembrava il coronamento logico di una carriera interamente votata al sostegno dello Stato ebraico, della sua espansione nei Territori Occupati e del suo legame speciale con gli evangelici statunitensi.
Nel luglio 2025, però, qualcosa si è incrinato. Le autorità israeliane sono ostili e vessatorie nei confronti dei cristiani statunitensi ai quali, per motivi non ancora chiariti, verrebbero complicate le procedure per ottenere i visti. Lo denuncia Huckabee in una lettera ufficiale, indirizzata anche al presidente israeliano Isaac Herzog, in cui l’ambasciatore minaccia ritorsioni reciproche, tra cui la revisione delle procedure per i visti agli israeliani diretti negli Stati Uniti. Parole sorprendenti da parte di chi, in questi giorni, sostiene apertamente l’annessione della Cisgiordania (che lui chiama Giudea e Samaria) e nega perfino l’esistenza del popolo palestinese.
Questo conflitto diplomatico nasce da una stretta amministrativa imposta dal ministero dell’Interno israeliano all’inizio del 2025, che ha colpito missioni evangeliche storicamente attive in Israele, come la Baptist Conference e la Christian Missionary Alliance. Le organizzazioni sono state sottoposte a indagini, lunghe trafile burocratiche e, in alcuni casi, veri e propri dinieghi arbitrari. Un cambio di rotta sconcertante, per Huckabee, che adesso accusa Israele di aver tradito la fiducia dei suoi più convinti alleati spirituali: i conservatori cristiani tanto pro-Israele quanto radicalmente anti-musulmani.
Le tensioni si sono accentuate dopo che un bombardamento israeliano ha centrato la parrocchia di Gaza, provocando tre morti e la reazione indignata del Vaticano. Anche se Israele ha chiesto scusa, forse spinto dall’amministrazione Donald Trump preoccupata per i voti cattolici, figure di rilievo come il cardinale Pierbattista Pizzaballa hanno lasciato intendere che l’attacco potesse essere stato deliberato e hanno invocato il riconoscimento dello Stato palestinese. Parliamo di un ambiente religioso, quello cristiano, solitamente molto cauto nel criticare Israele – se escludiamo l’eccezione di Papa Francesco – che sta dunque mostrando segni di insofferenza crescente.
I malumori della base evangelica
Poi, certo, resta un Huckabee che giustifica nei video social l’uso sistematico del blocco umanitario contro i civili a Gaza, contraddicendo apertamente i richiami del diritto internazionale. In una serata di gala a New York, l’anno scorso, il neonominato ambasciatore ha raccolto fondi per la creazione di un nuovo ospedale in Cisgiordania: servirà solo i residenti ebrei. È un esempio classico di pulizia etnica, commentò la stampa israeliana di sinistra. Ma il fatto che persino un uomo come lui, sionista impenitente, amico dei coloni estremisti, arrivi a sfidare così apertamente il governo Netanyahu, significa che l’amministrazione Trump non è forse così granitica, con l’alleato di ferro.
Da un lato, c’è una pressione crescente da parte della base evangelica, che si sente ignorata o tradita. I pellegrinaggi in Terra Santa sono stati a lungo un pilastro identitario e finanziario della relazione Stati Uniti-Israele. Bloccandoli, Israele rischia di compromettere non solo un flusso economico importante, ma anche il sostegno ideologico di milioni di americani. Dall’altro, Huckabee si trova in una posizione ambigua, stretto tra la fedeltà a Trump – il quale deve tantissimo ai lobbisti miliardari che spingono per la linea dura di Tel Aviv – e il bisogno di rispondere a un mondo evangelico che non accetta di essere marginalizzato.
E così le contraddizioni entrano nel movimento MAGA: Huckabee continua a difendere le operazioni militari israeliane, minimizza i crimini di guerra e nega l’esistenza di piani di pulizia etnica, pur criticando il modo in cui Israele tratta i cristiani. Continua a ignorare – o distorcere – le prove fornite da organizzazioni umanitarie internazionali, sostenendo che Israele avrebbe fornito “700 camion di aiuti al giorno” (una cifra smentita da fonti indipendenti) e si scandalizza per il riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Macron, sembrando più l’ambasciatore di Israele negli Usa che il contrario.
Dunque il caso Huckabee non tocca solo una partita di visti, ma una relazione politica, religiosa e strategica che ha definito la politica mediorientale degli Stati Uniti per mezzo secolo: il sostegno evangelico a Israele, a lungo considerato monolitico, potrebbe iniziare a scricchiolare se Tel Aviv continuerà a trattare con disprezzo i suoi amici cristiani. Chissà se non partirà anche dalle sponde più improbabili un vento diverso sul Medio Oriente.