È mattina presto quando il primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, rompe gli indugi, comparendo alla televisione di Stato attorniato dai vertici di esercito e polizia, e pubblicando sul suo profilo twitter un messaggio dai toni difficilmente travisabili.L’ora è giunta – scrive Al-Abadi -. La campagna per liberare Mosul è iniziata. Amato popolo di Mosul, la nazione irachena celebrerà unita la vittoria.Prende dunque il via una campagna militare rimandata da tempo, almeno da marzo di quest’anno, quando i tamburi iracheni già rullavano, annunciando a gran voce un’operazione per togliere al sedicente Stato islamico (Isis) la provincia di Ninive, di cui Mosul è capoluogo.Era il giugno 2014 quando la città cadeva, sotto la spinta improvvisa dello Stato islamico, mentre centinaia di migliaia di persone si davano alla fuga e l’esercito iracheno, armato ed equipaggiato da generosi finanziamenti americani, si levava le divise dandosi alla macchia in abiti civili.Da quando la bandiera nera dell’Isis fu innalzata per la prima volta sugli edifici di Mosul, da cui Abu Bakr al-Baghdadi proclamò la fondazione del suo “Califfato”, sono passati più di due anni. Da allora molto è cambiato e i jihadisti hanno perso circa la metà del territorio che controllavano in Iraq e parte di quello su cui facevano il bello e il cattivo tempo in Siria.Prima dell’alba di domenica decine di migliaia di volantini già cadevano su Mosul, avvisando chi ancora vive in città che un’offensiva era in preparazione e avrebbe avuto il via di lì a poco. Una campagna che potrebbe durare poche settimane o fino a qualche mese e che rende probabile una catastrofe umanitaria di grandi dimensioni.Più di un milione di persone vivono ancora a Mosul. “Le famiglie – ha dichiarato Stephen O’Brien, segretario generale per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite – sono a rischio di finire nel fuoco incrociato o nel mirino dei cecchini”. E intanto l’ufficio di coordinazione per gli Affari umanitari ha già pronti “27 campi e luoghi d’emergenza” per accogliere i fuggiaschi.Peshmerga avanzano a est di Mosul - REUTERS/Azad LashkariMolte le forze in campo per riprendere il controllo della città. E se è probabile che l’assalto finale su Mosul sia condotto da commando iracheni, esercito e polizia federale, le bandiere che circondano gli stendardi del Califfato sono le più disparate.Una forza composta da circa 4 mila peshmerga del Kurdistan iracheno sta muovendo su una cintura di dieci villaggi che circondano Mosul a est. Uomini della 101ma aviotrasportata statunitense – dice il corrispondente della Abc che sta seguendo l’offensiva – collaborano apertamente con i curdi.In campo ci sono anche i paramilitari dell’Hashed al-Shaabi (Forze di mobilitazione popolare), milizie sciite filo-iraniane che hanno già avuto un ruolo importante nella liberazione delle aeree controllate dall’Isis, ma che non dovrebbero partecipare alla “battaglia finale”. In un bastione sunnita come Mosul, il rischio che una loro presenza sia letta in termini di scontro settario non è da escludere.A opporsi alle forze jihadiste, che secondo gli americani possono contare tra i 3.000 e i 4.500 combattenti, ci sarebbero – oltre alla coalizione a guida statunitense – anche le Guardie di Ninive, alcune migliaia di sunniti addestrati dalla Turchia nel campo di Bashiqa.Sono fonti militari sentite dalla stampa turca a sostenere che stanno affiancando i peshmerga curdi iracheni. Una tesi ribadita anche dal vice primo ministro Numan Kurtulmus. Nei giorni scorsi sulla questione si è riacceso un aspro scontro tra il governo di Baghdad, il governo regionale del Kurdistan – vicino a Erdogan – e Ankara, che già a fine 2015 aveva inviato in Iraq una forza di 150 uomini con funzioni d’addestramento, in una missione che, a sentire Baghdad, non era mai stata autorizzata.Il presidente turco ha già tuonato nei giorni scorsi contro il primo ministro Al-Abadi, intimandogli di “stare al suo posto”, mentre una delegazione si dirigeva a Baghdad per colloqui con gli iracheni. Ancora oggi Erdogan ha ribadito la sua intenzione di entrare a Mosul e partecipare “al tavolo dei negoziati che ne seguirà. Non è pensabile che rimaniamo esclusi”. E se il parlamento a Baghdad nei giorni scorsi era arrivato a definire “forze occupanti” i militari turchi sul suolo iracheno, ad Ankara non ci sentono: “Non aspettatevi che lasceremo Bashiqa”.

Nel campo comunista di Goli Otok
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