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Nel momento peggiore per l’andamento del conflitto in Ucraina, Mosca cerca di rilanciare dando un’immagine di sé accorta, dinamica, imperturbabile, ma soprattutto di re-intestarsi una credibilità diplomatica.

Lavrov va all’Onu

Il primo dei dossier “caldi” è quello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Da settimane, la Russia accusava gli Stati Uniti di essere intenzionati a non concedere ai membri della delegazione russa i visti per partecipare alla 77a sessione dell’Assemblea, apertasi il 13 settembre a New York. Dopo un lungo braccio di ferro, sono stati concessi i visti al ministro degli Esteri Sergej Lavrov e a un certo numero di coloro che lo accompagneranno: a confermarlo Interfax, citando il ministero degli Esteri. Un vecchio tira e molla che dura dai tempi della Guerra Fredda, quello delle vendette trasversali al Palazzo di Vetro, che per quanto non sia una sede di decisioni vincolanti, quantomeno può fungere da camera di decompressione. Mosca ha accusato gli Stati Uniti di cercare di bloccare la piena partecipazione della Russia, ritardando di proposito la concessione dei visti e che gli Stati Uniti stessero “violando i loro obblighi” temporeggiando. I visti sono il nuovo veto, insomma.

Le sessioni di alto livello avranno inizio la prossima settimana: cosa aspettarsi? L’Assemblea sarà senza dubbio burrascosa nonché controversa poiché ovviamente sarà centrata sulla situazione attuale in Ucraina. Da parte di Lavrov sono papabili due reazioni uguali e contrarie: una modesta geremiade, che potrebbe lasciare spazio a qualche spiraglio o quantomeno qualche segno di debolezza da parte del Cremlino; oppure un attacco duro, una filippica nello stile di Nikita Kruscev che sbatte ripetutamente una scarpa sul tavolo della sua delegazione.

Le tensioni tra Armenia e Azerbaigian

Nel frattempo, allo scoppio delle nuove tensioni tra Armenia e Azerbaigian, il presidente russo Vladimir Putin fa sapere di star facendo tutto quanto è nelle sue possibilità per contribuire alla de-escalation delle ostilità. Nel giro di 48 ore la mediazione di Mosca ha portato i frutti sperati e le parti hanno dato l’ok a una tregue. Il ministero degli Esteri russo, in una, nota ha quindi rivolto un appello a Baku ed Yerevan a rispettare l’accordo, esprimendo “grandissima preoccupazione” per la situazione al confine tra i due contendenti.

I due governi si accusano a vicenda di aver dato il via ai nuovi scontri armati, che avrebbero provocato un numero imprecisato di morti e feriti su entrambi i fronti. In virtù del Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza tra Armenia e Russia, il Consiglio di sicurezza armeno ha già chiesto aiuto a Mosca, alle prese già con la battuta di arresto delle sue operazioni militari nel Nord-Est dell’Ucraina. Yerevan ha fatto anche appello, ufficialmente, all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) e al Consiglio di Sicurezza Onu, per l’aggravarsi della situazione, mentre il premier armeno, Nikol Pashinyan, ha sentito separatamente al telefono i presidenti russo e francese,  e il segretario di Stato Usa, Antony Blinken. Tutti e tre, secondo le note arrivate dalle rispettive capitali, hanno definito “inaccettabile” la nuova escalation. Questo mette in gioco la Russia su due fronti: quello della Csto, tutto interno, e quello dell’Onu, eminentemente esterno.

Dalla guerra del 2020 tra Armenia e Azerbaigian, gli armeni del Karabakh sono diventati più dipendenti dalla Russia, cambiando potenzialmente i calcoli di Stepanakert. L’Armenia, dal canto suo, si trova in una complessa condizione: alleata di Mosca ma con buoni rapporti con Kiev (in Ucraina, tra l’altro, risiede una importante comunità armena). Molti armeni simpatizzano con gli ucraini aggrediti, ma sono strettamente legati alla Russia e risentiti per la posizione dell’Ucraina a favore dell’Azerbaigian sul Karabakh. Bisogna poi ricordare che, il 26 febbraio scorso, nella votazione al Consiglio d’Europa sull’espulsione della Russia dall’organizzazione, l’Armenia è stato l’unico Paese (a parte la Russia stessa) a votare “no”. La posizione dell’Armenia è, infatti dettata, prevalentemente dai suoi lacci e lacciuoli con la Russia: fa parte dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva a guida russa e ospita una base militare di Mosca (in quel di Gyumri).

L’incontro tra Xi e Putin

Ma è nella leggendaria Samarcanda che c’è stato il meeting che tutti attendevano: l’incontro tra Xi Jinping e Putin, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization (Sco), preannunciato la settimana scorsa dall’ambasciatore russo a Pechino, Andrey Denisov. L’incontro è stato il primo faccia a faccia tra i due leader dalle Olimpiadi Invernali del febbraio scorso, quando il presidente russo si recò a Pechino per incontrare Xi con cui siglò una partnership “senza limiti” tra Russia e Cina e, secondo, i rumors, per concedergli una “soffiata” sull’imminente invasione dell’Ucraina. Il summit era atteso soprattutto per testare questa unione di intenti, più sbandierata da Putin che da Xi, che dal febbraio scorso triangola tra i suoi interessi in Occidente e il rapporto delicato con Mosca.

La Cina rimane silente sui possibili incontri futuri del presidente cinese, impegnato in Kazakistan e in Uzbekistan, per partecipare al vertice nel primo viaggio fuori dalla Cina dal gennaio del 2020, all’inizio della pandemia di Covid-19. “Le visite di Stato segnano una nuova fase di sviluppo per le relazioni tra Cina e Kazakistan e Cina e Uzbekistan”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, confermando gli incontri con gli omologhi di Xi, il presidente kazako, Kassym-Jomart Tokayev, e il presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoyev, “per uno scambio di opinioni approfondite sulla cooperazione in vari campi delle relazioni bilaterali e su questioni internazionali e regionali di interesse comune”. Dalle visite nei due Paesi, ha aggiunto la portavoce, sono attesi “nuovi obiettivi” e un “nuovo slancio” alle relazioni.

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