Quello che inizialmente era sembrato un raid in territorio russo, si è invece dimostrato una manovra complessa e articolata che ha portato all’occupazione stabile – per il momento – di una notevole porzione dell’oblast di Kursk da parte delle forze armate ucraine. L’attacco, avvenuto ai primi di agosto (il 5), è stato preceduto da una lunga campagna di distruzione della rete di comunicazione russa accompagnata dalla soppressione dei sistemi noti di EW (Electronic Warfare) e di difesa aerea, portata con bombardamenti mirati di artiglieria (principalmente a razzo).
L’azione iniziale si è sviluppata in una porzione di confine avente come direttrice principale la cittadina di Sudzha, per poi estendersi in profondità verso Kauchuk e Korenevo sfruttando la rete stradale. Attualmente si stima che la superficie occupata dagli ucraini oscilli tra i 500 e i 1000 chilometri quadrati e sebbene lo slancio iniziale sia ormai quasi del tutto esaurito, le difese russe faticano a contenere l’avanzata ucraina. Un secondo attacco effettuato poco più a Nord, nella regione di Belgorod, è stato invece efficacemente contrastato e respinto dall’esercito russo.
Sostanzialmente l’azione ucraina è stata svolta per motivazioni tattiche e strategiche. Tatticamente lo Stato maggiore ucraino sperava di poter stornare reparti russi impegnati lungo il fronte orientale e meridionale, dove l’esercito di Mosca avanza lentamente ma inesorabilmente sebbene a un costo molto elevato (si stimano perdite di mezzi corazzati tra i 7 a 1 e i 5 a 1 a seconda delle zone geografiche principali considerate), e soprattutto intendeva tagliare le linee di comunicazione russe più prossime al fronte. Strategicamente, il piano di Kiev è quello di avere peso politico in un eventuale tavolo di trattative per un cessate il fuoco grazie alle conquiste territoriali, in una sorta di “scambio” con Mosca per riavere i territori occupati dalla Russia dall’inizio della guerra.
Quest’ultimo punto, attualmente, sembra molto poco plausibile in quanto lo stesso presidente Vladimir Putin ha dato l’ordine di riconquistare la regione occupata dagli ucraini entro il primo ottobre, a testimonianza non già delle capacità dell’esercito russo (che sono alquanto zoppicanti come vedremo), quanto della volontà politica di non trattare: se la pace si fa in due, ora è Mosca a non volerla.
L’esercito ucraino è stato chiamato in causa per la manovra con numerose brigate di fanteria, corazzate, di artiglieria e motorizzate, e risulta interessante, al netto delle considerazioni sull’effettiva utilità di impegnare unità in questo attacco invece di impiegarle per contenere i russi a Sud, vedere quali mezzi siano stati utilizzati. Le prime immagini che ci sono giunte da fonti aperte hanno mostrato gli ormai diffusissimi Humvee, le jeep fornite dagli Stati Uniti, insieme ai veicoli corazzati da combattimento “Stryker”, un mezzo dotato di 8 ruote motrici disponibile in numerose varianti che può montare una mitragliatrice calibro 0.50 costruito dalla General Dynamics Land Systems per l’esercito statunitense. Osservati anche gli onnipresenti APC (Armored Personnel Carrier) tipo BTR-80/82 di fabbricazione russa insieme a MBT (Main Battle Tank) di fabbricazione occidentale come i tedeschi Leopard 2A5 e i britannici Challenger 2.
Insieme a loro, visti anche gli AIFV (Armored Infantry Fighting Vehicle) statunitensi “Bradley”, utilizzati per il supporto alla fanteria e spesso in appoggio ai carri armati. È noto che siano stati impiegati anche gli IFV (Infantry Fighting Vehicle) di fabbricazione tedesca “Marder” che è armato con un cannoncino da 20 millimetri e può anche montare il missile anticarro “Milan”, senza dimenticare i BWP-1, la versione polacca del sovietico/russo BMP-1. Ovviamente non sono mancati gli MBT di fabbricazione russa che fanno parte dell’esercito ucraino come i T-72, utilizzati anche dalle formazioni volontarie bielorusse.
Quest’azione porterà agli ucraini i risultati sperati? Sappiamo che il Pentagono ritiene che la guerra sia giunta a un punto morto. Secondo gli esperti dell’intelligence militare statunitense, né l’Ucraina né la Russia hanno infatti gli assetti necessari per lanciare una grande offensiva. In particolare, Kiev non dispone ancora di una quantità di munizioni sufficiente per eguagliare la capacità della Russia di sparare circa 10mila colpi di artiglieria al giorno, anche dopo che il Congresso degli Stati Uniti ha sbloccato nuovi aiuti militari in aprile.
Le truppe ucraine sono ancora in grado di condurre operazioni difensive, ma non saranno in grado di lanciare una controffensiva su larga scala per almeno sei mesi, afferma ancora il Pentagono. Allo stesso tempo, la Russia ha adottato una strategia che mira a logorare l’Ucraina: Mosca sarà in grado di mantenere una zona cuscinetto conquistata dalle sue truppe, ma non ha forze sufficienti per minacciare un’avanzata più profonda nel territorio controllato dall’Ucraina, come nel caso della città di Kharkiv, anche perché a quanto pare, per ordine dello stesso presidente Putin, i reparti di punta impiegati nell’avanzata a Sud e a Est non sono stati richiamati per contrastare gli ucraini nella regione di Kursk, preferendo quindi puntare sulle riserve nelle retrovie – formate da volontari ceceni e coscritti – che possono essere gettati nella mischia in attesa di mobilitare forze pesanti che sono stazionate ben all’interno del vasto territorio russo dopo essere state riequipaggiate e riattivate.