Più che una prova di forza, è stato un avvertimento quasi confidenziale. Se Kim Jong Un avesse voluto attaccare frontalmente l’amministrazione americana, infatti, non avrebbe certo scelto di lanciare qualche missile a corto raggio, probabilmente due cruise che hanno percorso una traiettoria guidata. Ma, soprattutto, non avrebbe optato per un’attività militare “regolare”, cioè non coperta dalle sanzioni internazionali previste dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. L’ultimo test nordcoreano, il primo nell’era Biden, ha un significato del tutto particolare.

Anche perché – altra stranezza – nessuno, in Corea del Nord, ha rilasciato commenti ufficiali sul lancio. Non lo hanno fatto i media, soliti esaltare le imprese dell’apparato militare nazionale, e non lo hanno fatto gli alti funzionari del governo, sempre pronti a celebrare ogni sviluppo bellico per mostrare al mondo intero la potenza del Paese. Anzi, dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che i missili sparati da Pyongyang non siano stati rilevati in tempo reale neppure dai servizi di intelligence stranieri, tradizionalmente attentissimi a monitorare ogni movimento dei nordcoreani.

Il segnale di Kim

Kim ha “sparato”, ma questa volta ha dato la sensazione di volerlo fare più per richiamare l’attenzione degli Stati Uniti che non per minacciarli. Attenzione però, perché il segnale del leader nordcoreano è ben più complesso di quanto alcuni non vogliano far credere. La Casa Bianca, almeno a giudicare dalla linea ufficiale, potrebbe aver frainteso la vicenda. “Business as usual”, tutto come al solito, ripetono tra loro i funzionari americani. “Abbiamo appreso che non è cambiato molto”, ha dichiarato Biden in un incontro con i giornalisti in Ohio. “È pratica comune per la Corea del Nord testare vari sistemi missilistici. Non rispondiamo a tutti i tipi di test”, ha aggiunto un alto funzionario dell’amministrazione Usa. Washington ha scelto di minimizzare l’accaduto. Gli Stati Uniti, a quanto pare, non considerano il test nordcoreano una minaccia, quanto piuttosto una tradizionale risposta alle solite circostanze diplomatiche.

Quali? Intanto il test è arrivato quasi in concomitanza con l’ultima fase del processo di revisione della politica americana nei confronti di Pyongyang intrapresa da Biden. Nei prossimi giorni, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud dovrebbero incontrarsi a Washington per discutere il nuovo approccio da utilizzare nei confronti dei nordcoreani, così da coordinare una linea di condotta multilaterale condivisa. I lanci, poi, sono arrivati anche poco dopo una visita in Corea del Sud del segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e del segretario alla Difesa, Lloyd Austin. Insomma, unendo i due punti, e considerando anche le recenti manovre congiunte effettuate tra Washington e Seul, a detta di alcuni esperti la mossa di Kim non sarebbe altro che una risposta moderata a quanto starebbe accadendo intorno al Paese. Quindi, tutto come al solito?

L’ancora cinese

Non proprio. Kim ha lanciato un segnale ben preciso, ma non tutti gli attori coinvolti nella questione coreana potrebbero averlo interpretato correttamente. Gli Stati Uniti hanno preferito autoconvincersi che il test di Pyongyang fosse la classica ripicca dei nordcoreani . Un modo per dire: “Ci siamo anche noi”. In realtà la situazione potrebbe essere un po’ più complessa. Se non altro perché il primo test dell’era Biden è avvenuto a distanza ravvicinata da uno scambio di messaggi – tramite diplomatici designati – tra Kim Jong Un e Xi Jinping.

Corea del Nord e Cina hanno promesso di lavorare insieme e mostrare maggiore solidarietà su una varietà di questioni non meglio specificate. Pechino, intuendo che la penisola coreana potrebbe essere il tallone d’Achille di Biden, si è rituffata nella vicenda con l’intenzione di prendere in mano il timone delle future trattative sulla denuclearizzazione di Pyongyang. Ci sarà presto un confronto tra Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud e Russia, e la Casa Bianca pensa che, giocando di sponda, possa in qualche modo emergere uno scenario capace di accontentare tutti gli attori presenti al tavolo.

Ci sono tuttavia due punti da considerare. Innanzitutto non è ancora chiaro dove voglia arrivare Washington. Premesso che ottenere la completa denuclearizzazione della Corea del Nord risulta pressoché impossibile, le alternative sul tavolo sembrerebbero essere due: far entrare l'”altra Corea” nel club delle potenze atomiche, oppure concedere qualcosa a Kim (allentamento sanzioni, aiuti economici di vario tipo) in cambio, almeno, di una parziale denuclearizzazione. Siamo sicuri che Biden possa accettare una di queste due opzioni? È per questo che dalle parti di Pyongyang più di un alto funzionario pensa – legittimamente dal proprio punto di vista – che l’America stia cercando di incastrare Kim.

L’altro punto focale riguarda il ruolo della Cina. L’ala di Pechino è abbastanza grande da assicurare al governo nordcoreano ogni tipo di protezione. Il leader nordcoreano ne è ben consapevole. Ed è per questo che, anziché avventurarsi lungo vie inesplorate trattando con Biden, Pyongyang potrebbe rafforzare l’asse con il Dragone. Sarà un caso, ma nelle ultime settimane la Corea del Nord ha ripreso ad espandere il proprio arsenale nucleare e riavviato diversi progetti infrastrutturali. I media di Stato hanno dato notizia della nuova costruzione di 10 mila appartamenti nel cuore di Pyongyang: la prima fase di un progetto che, da qui ai prossimi cinque anni, dovrebbe arricchire la capitale nordcoreana di 50 mila abitazioni. “Niente è più utile, onorevole e felice che dedicare senza esitazione il nostro sudore e la nostra passione alla costruzione di una strada ideale”, avrebbe dichiarato Kim, secondo quanto riportato dall’agenzia Kcna. Magari con il supporto diretto – non solo economico – di Pechino.

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