Guerra /

Nella corso della mattina del 25 novembre una petroliera battente bandiera maltese ormeggiata presso un terminal saudita nel Mar Rosso, è stata oggetto di un attacco tramite quelle che sembrano essere delle limpet mine, ovvero delle “mine patella” che vengono attaccate magneticamente allo scafo.

Inizialmente i danni sono stati imputati a una mina da fondo, di quelle classiche che, ad attivazione magnetica o per contatto, vengono posate per interdire il passaggio alle navi in un braccio di mare, ma risulta che gli stessi siano al di sopra della linea di galleggiamento della petroliera, quindi impossibile che si tratti di questo tipo di ordigni.

Resta quindi solo la possibilità che si tratti di una limpet mine, stante il fatto che non sono stati osservati né missili né un attacco portato da un barchino esplosivo, che ad alta velocità potrebbe sollevare la prua in modo sufficiente da colpire una nave relativamente al di sopra della linea di galleggiamento.

Se si tratta di una limpet mine significa che, fattualmente, del personale si è avvicinato alla petroliera e ha attaccato l’ordigno allo scafo, per poi allontanarsi.

La petroliera è la MT Agrari, che inalbera la bandiera di Malta, ma è gestita da una compagnia di navigazione greca, la Tms Tankers. La Agrari era originariamente salpata da Rotterdam, in Olanda, trasportando un carico non specificato che è stato scaricato presso la centrale elettrica di Shuqaiq prima dell’attacco, come riporta l’Associated Press. Shuqaiq si trova sulla costa meridionale dell’Arabia Saudita che si affaccia sul Mar Rosso, a circa 160 chilometri a nord del confine con il martoriato Yemen.

“La nave è stata attaccata da una fonte sconosciuta”, afferma in una dichiarazione la società armatrice greca. “L’Agrari è stata colpita a circa 1 metro sopra la linea di galleggiamento e ha subito una breccia nello scafo. È stato confermato che l’equipaggio è al sicuro e non ci sono stati feriti”.

La petroliera è ancora a galla ma dalle immagini satellitari che ci sono giunte in queste ore si può vedere una scia di un qualche liquido non identificato fuoriuscire dalla nave e spargersi sulla superficie marina.

La paternità dell’attacco, come detto, è incerta, ma la dinamica è sostanzialmente identica a dei precedenti attacchi attuati contro petroliere e portati molto probabilmente dalle Guardie della Rivoluzione iraniana (le Irgc o meglio note come Pasdaran), che lo scorso anno a maggio sono sospettate aver colpito quattro petroliere, due saudite, una norvegese e una degli Emirati Arabi Uniti, ormeggiate al largo delle coste emiratine.

Più ancora, un attacco con limpet mine è ritenuto essere la causa del danneggiamento della Kokuka Couragoueos, una cisterna di proprietà giapponese attaccata lo scorso giugno dopo aver imbarcato un carico di metanolo saudita. Quel particolare attacco fu subito attribuito all’Iran prima ancora che venisse pubblicato un video, da parte degli Stati Uniti, in cui immagini probabilmente tratte da un drone da ricognizione mostravano del personale, ritenuto essere dei Pasdaran, rimuovere altri ordigni magnetici dallo scafo della Kokura Courageous.

Quell’azione, infatti, come ha scritto Lorenzo Vita lo scorso agosto, arrivò in un momento preciso: la petroliera giapponese venne attaccata proprio mentre il premier nipponico, Shinzo Abe, era a Teheran per una storica visita di Stato che serviva a far riconoscere Tokyo quale ponte diplomatico fra Stati Uniti e Iran, e che serviva però anche a manifestare la volontà giapponese di elevarsi al rango della Cina nello scacchiere internazionale e mediorientale. Viaggio che si rivelò un fallimento, anche a causa di quell’attacco, ma che non può non essere collegato al sabotaggio della petroliera.

Il sospetto di quest’ultimo attacco ricade quindi sugli Houthi, i ribelli yemeniti appoggiati dall’Iran che stanno combattendo l’Arabia Saudita a tutto campo, essendo stati protagonisti di numerosi attacchi missilistici anche ad installazioni petrolifere saudite.

In particolare questo atto arriva proprio il giorno successivo all’annuncio, da parte della coalizione a guida saudita, della rimozione e distruzione di cinque mine navali di fabbricazione iraniana posate dagli Houthi nel Mar Rosso meridionale, in prossimità dello stretto di Bab el-Mandeb, choke point cruciale per i traffici commerciali marittimi mondiali. Lo stretto si trova a circa 585 chilometri (363 miglia) a sud di Shuqaiq e l’interdizione al passaggio di naviglio mercantile è uno degli obiettivi dichiarati degli Houthi: nel 2018, Saleh al-Samad, allora capo del gruppo poi eliminato in un raid aereo, aveva affermato di voler “tagliare fuori il Mar Rosso e la navigazione internazionale” tra le altre “opzioni strategiche” prendendo di mira la coalizione a guida saudita nello Yemen.

Un attacco con limpet mine ha bisogno di personale portato in loco con mezzi di superficie, possibilmente veloci: Shuqaiq è relativamente vicina allo Yemen per poter essere raggiunta da un mezzo abbastanza grande e dotato di sufficiente autonomia, ma esiste anche un’altra possibilità tutta da confermare. In passato una nave iraniana che si ritiene essere operata dai Pasdaran, la M/V Saviz, è stata accusata di fornire supporto ad attività di supporto agli Houthi ed è stata più volte osservata proprio nel braccio di Mar Rosso in cui è avvenuto il recente attacco. Se la sua presenza nella zona venisse confermata, potrebbe essere una prova in più che dimostrerebbe la paternità “iraniana” dell’azione di sabotaggio.