È uno scontro che ha radici lontane, che affonda nei tempi in cui l’Urss è ancora in via di formazione ed i confini tra le sue repubbliche spesso non tengono conto delle divisioni etniche e culturali. Per cui il Nagorno Karabakh, regione caucasica storicamente a maggioranza armena, viene assegnato all’Azerbaijan. Fino a quando la bandiera rossa sventola sul Cremlino, le tensioni non si avvertono particolarmente. Il problema emerge però prepotentemente con la disgregazione dell’Urss nel 1991: a quel punto molti armeni avvertono la sensazione di non essere a casa. Ed è guerra.

I nuovi scontri lungo la linea di contatto

Gli armeni del Nagorno Karabakh dichiarano la nascita di una repubblica indipendente che ha come obiettivo l’annessione al resto dell’Armenia. Una decisione non accettata dall’Azerbaijan ed il conflitto appare inevitabile e cruento. Dal 1992 al 1994, migliaia di militari e civili muoiono tra trincee e case bombardate. Si giunge quindi ad un cessate il fuoco grazie alla mediazione del cosiddetto “gruppo di contatto” di Minsk. Ma le tensioni da allora non sono mai sopite. La repubblica solo “de facto” indipendente filo armena del Nagorno occupa una porzione di territorio a maggioranza armena, ma riconosciuta da gran parte della comunità internazionale come zona appartenente all’Azerbaijan e dunque occupata. Dal 1994 gli scontri comunque perdono di intensità, riaccendendosi soltanto nel 2016.

In quell’anno, nel mese di aprile, tra armeni ed azeri scattano nuovamente provocazioni e scontri diretti. Non viene intaccata la linea del fronte, ma non mancano vittime e lutti da entrambe le parti. Adesso a preoccupare sono le ultime notizie che arrivano dalla regione. In particolare, come riportato da AgenziaNova, nella notte tra mercoledì e giovedì si assiste ad uno scambio di colpi lungo il confine tra i territori occupati dagli armeni e quelli in mano all’esercito azero. Dal ministero della difesa dell’Azerbaijan, viene emanata una nota in cui si dà notizia della morte di almeno un militare a seguito di un “attacco nemico nella zona di Fuzuli”. Da parte armena, più precisamente dal governo dell’autoproclamata repubblica del Nagorno, si risponde sottolineando la morte di un militare di leva caduto “in circostanze ancora poco chiare”.

Il vertice di Vienna tra i leader dei due Paesi

Quando in riferimento al Nagorno Karabakh emerge la notizia di scontri e scambi di colpi lungo il fronte, la tensione inevitabilmente sale e la mente rievoca le battaglie degli anni ’90 e le più recenti provocazioni del 2016. Occorre valutare in primo luogo se si tratta di episodi isolati oppure di una base per una possibile nuova escalation. Le forze armate dei paesi in lotta sono in stato d’allerta, anche se dopo gli scontri delle scorse ore non si registrano altri episodi del genere. Quanto avvenuto comunque, stride con il clima che si respira nelle ultime settimane con riferimento alla vicenda che da più di 25 anni agita le acque già peraltro ben scosse del Caucaso. Infatti fino ai piccoli scontri di mercoledì notte, l’attenzione appare concentrata sulle possibili positive novità di natura politica.

Il prossimo 29 marzo infatti è previsto a Vienna un incontro tra i leader dei due rispettivi Paesi. Nella capitale austriaca dovrebbero sedere l’uno di fronte all’altro il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ed il presidente azero Ilham Aliyev. Un colloquio molto atteso e su cui si riversano molte speranze di apertura verso un vero e proprio processo di pace. Parlare di distensione è impossibile nonostante la buona predisposizione al dialogo mostrata di recente dai due governi in causa, ma la calendarizzazione dell’incontro di Vienna lascia comunque ottime speranze. Fino alla notizia però delle vittime piante da entrambe le parti a seguito degli scontri delle scorse ore. Una tempistica che lascia pensare molto alla volontà da parte di alcuni gruppi di sabotare il vertice austriaco o di renderlo, quanto meno, molto meno cordiale.

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