Guerra /

Se a luglio gli scontri hanno riguardato la strategica regione di Tovuz, nelle ultime ore invece il rumore della guerra è tornato a farsi sentire lì dove Armenia e Azerbaijan sono ai ferri corti da almeno trent’anni. Tra sabato e domenica le trincee lungo le linee del fronte del Nagorno-Karabakh sono nuovamente diventate teatro di aspri combattimenti tra le parti, con i rispettivi eserciti nuovamente mobilitati e in stato d’allerta. Entrambi gli schieramenti hanno denunciato perdite di uomini e mezzi, segno che la tensione è molto alta e si potrebbe essere di fronte all’escalation più importante del conflitto degli ultimi quattro anni.

Yerevan e Baku si accusano a vicenda

L’unica cosa che appare certa è che i nuovi e gravi scontri sono sorti tra la notte e le prime luci dell’alba di domenica. Per il resto però, come spesso accade in questi frangenti, è difficile capire l’esatta dinamica della situazione. Secondo il governo di Baku, le prime vere provocazioni sono arrivate dalla controparte armena: “Il 27 settembre alle 06:00 circa, le forze armate dell’Armenia, dopo aver eseguito provocazioni su larga scala, hanno sottoposto a bombardamenti intensivi le posizioni dell’esercito dell’Azerbaijan lungo l’intera linea del fronte – si legge in un comunicato del ministero della Difesa dell’Azerbaijan – e i nostri insediamenti situati nella zona del fronte con armi di grosso calibro, mortai e installazioni di artiglieria di vario calibro”. Nel documento, a cui sono state allegate anche foto dei danni subiti da abitazioni civili poste vicino il fronte, si fa rifermento a feriti e vittime tra la popolazione: “A seguito dei bombardamenti intensivi – ha fatto sapere infatti il ministero della Difesa azerbaigiano – da parte del nemico verso il villaggio di Gapanly del distretto di Terter, i villaggi di Chiragly e Orta Gervend del distretto di Aghdam, i villaggi di Alkhanli e Shukurbeyli del distretto di Fizuli e il villaggio di Jojug Marjanly del distretto di Jebrail, ci registrano uccisioni e ferimenti tra la popolazione civile. Gravi danni sono stati arrecati alle infrastrutture civili”.

Da Baku a prendere posizione sulle ultime vicende è stato il capo del dipartimento di politica estera dell’amministrazione presidenziale Hikmet Hajiyev, secondo cui l’Armenia avrebbe bombardato deliberatamente e intenzionalmente anche i civili con lo scopo di provocare le tensioni e arrivare ad un possibile scontro aperto: “Tutta la responsabilità per la situazione attuale e l’ulteriore sviluppo degli eventi – ha fatto sapere Hajiyev – ricade interamente sulla leadership politico-militare dell’Armenia”. Ma da Yerevan sono arrivate ricostruzioni diametralmente opposte. Per il governo armeno, i primi attacchi lungo la linea del fronte e contro la città di Stepanakert sarebbero iniziati alle ore 8:10 locali per mano azerbaigiana: “La nostra risposta sarà proporzionata – si legge in una dichiarazione del ministero della Difesa armeno – e la leadership politico-militare dell’Azerbaigian ha la piena responsabilità della situazione”.

Perché si combatte nel Nagorno – Karabakh

Come detto in precedenza, questa volta gli scontri non hanno come scenario le linee del fronte che interessano la regione del Nagorno – Karabakh. Tuttavia, ogni tensione tra Armenia ed Azerbaijan non può non passare dalla lunga storia di conflitti e contese che coinvolge questa strategica e delicata zona. Qui la guerra è sorta all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica: il Nagorno-Karabakh era un oblast autonomo all’interno della Repubblica dell’Azerbaijan, anche se abitato in maggioranza da armeni.

 

Ecco perché quando Baku si è staccata da Mosca, la comunità armena ha iniziato a fare pressione affinché ci si ricongiungesse con Yerevan oppure, come poi dichiarato nel 1991 dal parlamento dell’oblast, si dichiarasse l’indipendenza, che non è mai stata riconosciuta da nessun paese al mondo inclusa la stessa Armenia. Da qui dunque l’intervento militare con una guerra durata due anni, dal 1992 al 1994, che ha causato l’occupazione del 20% circa dei territori dell’Azerbaigian, incluso il Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti.

Dopo il cessate il fuoco, però, una soluzione politica non è mai stata trovata: attualmente l’Amenia continua a mantenere il controllo di tutto il territorio occupato. Nel 2016 è nato un nuovo conflitto tra Baku e Yerevan, con un cessate il fuoco arrivato a seguito degli accordi raggiunti dal cosiddetto “Gruppo di Minsk”, struttura creata nel 1992 dall’Osce per monitorare la situazione nella regione contesa.

Si rischia la più forte escalation degli ultimi anni

Si sa comunque che vittime e feriti tra civili e militari sono purtroppo presenti da una parte e dall’altra del fronte. Yerevan ha rivendicato l’abbattimento di due elicotteri e almeno tre droni avversari, così come la distruzione di alcuni carri armati nemici. Dall’Azerbaijan invece, per bocca dello stesso presidente Aliyev che ha tenuto un discorso alla nazione, hanno fatto sapere di aver messo fuori uso almeno 12 batterie anti aeree armene smentendo inoltre la perdita di un elicottero. Ma non sono soltanto questi i segnali che fanno temere per una possibile grave escalation del conflitto. Ci sono ben altri elementi inquietanti in tal senso, a partire dal coinvolgimento della città di Stepanakert. Bombardamenti sono infatti stati segnalati nelle vicinanze del suo centro urbano. C’è poi un altro aspetto che fa propendere circa un’imminente estensione del conflitto: le autorità dell’Artsakh hanno proclamato la legge marziale e richiamato in servizio tutti i riservisti. La sensazione è che questa volta si potrebbe verificare uno scenario di guerra aperta, andando quindi oltre le provocazioni lungo il confine.

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